Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese,
quando partisti, come son rimasta,
come l'aratro in mezzo alla maggese.

lunedì 7 marzo 2011

Colombina di Paul Verlaine

Auguste Toulmouche Leandro lo sciocco,
Pierrot che con un salto
di pulce
scavalca la siepe,
Cassandro sotto
il cappuccio,
e poi Arlecchino,
quel birbante così
fantasioso
dai folli costumi,
con gli occhi lucidi
sotto la maschera,
- do, mi, sol, mi, fa, -
e tutti vanno,
ridono, cantano
e danzano davanti
a una bella bambina
cattiva
i cui occhi perversi
come gli occhi verdi
delle gatte
difendono le sue bellezze
e dicono: "Giù
le zampe!".
- Continuano ad andare!
Fatidico corso
degli astri,
oh, dimmi verso quali
cupi o crudeli
disastri
la bambina implacabile,
che svelta solleva
le gonne,
la rosa sul cappello,
conduce il suo gregge
di gonzi?
(Feste galanti)
*****
Colombine
Léandre le sot,
Pierrot qui d'un saut
De puce
Franchit le buisson,
Cassandre sous son
Capuce,
Arlequin aussi,
Cet aigrefin si
Fantasque
Aux costumes fous,
Ses yeux luisant sous
Son masque,
- Do, mi, sol, mi, fa, -
Tout ce monde va,
Rit, chante
Et danse devant
Une belle enfant
Méchante
Dont les yeux pervers
Comme les yeux verts
Des chattes
Gardent ses appas
Et disent : " À bas
Les pattes ! "
- Eux ils vont toujours ! -
Fatidique cours
Des astres,
Oh ! dis-moi vers quels
Mornes ou cruels
Désastres
L'implacable enfant,
Preste et relevant
Ses jupes,
La rose au chapeau,
Conduit son troupeau
De dupes ?
(Fêtes galantes)

domenica 6 marzo 2011

Fantasia di carnevale XI di Clemente Rebora

Lovis Corinth/1908 Noi siam dell'inquieta brigata
e scontentezza ci guida:
spietata alla gente è la sfida,
ma dentro si accascia gemente.
Ci spàsima intorno il vestito
dell'universo stordito:
annaspa e non trova gli occhielli
da chiudere i mondi,
per sempre,
sull'eterna minaccia
che la ràffica a tutti
svela ora più aperta più diaccia.
Squassa e non fugge,
il dolor ce l'inchioda:
rugge se l'oda il pensiero
che balugina nero,
ma divìncola muto
in lancinanti vipere!
Cieco prodigio,
grandezza tradita,
asfissia del certo alveare
fra miele e vischio mordace,
perchè si redima nel rischio
il tétano dell'uomo
la nausea del mondo
in sprazzi di respiro
avvèntaci alla prova,
martirio che irrora,
olocausto vivo!
Se no, nel guizzo felice
d'un giorno ben triste,
ai passanti innocenti
scaglieremo le bombe
colmeremo le tombe
che la carie dell'ore ci aprì.
Del resto, il destino
ha stomaco sano,
per smaltire anche noi...
A cena intanto. Olà,
del festino: carne al sangue,
rosso vino forte,
evviva l'appetito della morte!
(Poesie sparse)

sabato 5 marzo 2011

Il mare brucia le maschere di Giorgio Caproni

Max Beckmann/Artista e moglie/1925 
Il mare brucia le maschere,
le incendia il fuoco del sale.
Uomini pieni di maschere
avvampano sul litorale.
Tu sola potrai resistere
nel rogo del Carnevale.
Tu sola che senza maschere
nascondi l'arte d'esistere.

venerdì 4 marzo 2011

Carnevale di Gerti di Eugenio Montale

Egon Schiele/Gerti Schiele/1911 Se la ruota s'impiglia nel groviglio
delle stelle filanti ed il cavallo
s'impenna tra la calca, se ti nevica
sui capelli e le mani un lungo brivido
d'iridi trascorrenti o alzano i bimbi
le flebili ocarine che salutano
il tuo viaggio ed i lievi echi si sfaldano
giù dal ponte sul fiume,
se si sfolla la strada e ti conduce
in un mondo soffiato entro una tremula
bolla d'aria e di luce dove il sole
saluta la tua grazia - hai ritrovato
forse la strada che tentò un istante
il piombo fuso a mezzanotte quando
finì l'anno tranquillo senza spari.
Ed ora vuoi sostare dove un filtro
fa spogli i suoni
e ne deriva i sorridenti ed acri
fumi che ti compongono il domani:
ora chiedi il paese dove gli onagri
mordano quadri di zucchero alle tue mani
e i tozzi alberi spuntino germogli
miracolosi al becco dei pavoni.
(Oh il tuo Carnevale sarà più triste
stanotte anche del mio, chiusa fra i doni
tu per gli assenti: carri dalle tinte
di rosolio, fantocci ed archibugi,
palle di gomma, arnesi da cucina
lillipuziani: l'urna li segnava
a ognuno dei lontani amici l'ora
che il Gennaio si schiuse e nel silenzio
si compì il sortilegio. È Carnevale
o il Dicembre s'indugia ancora? Penso
che se tu muovi la lancetta al piccolo
orologio che rechi al polso, tutto
arretrerà dentro un disfatto prisma
babelico di forme e di colori...)
E il Natale verrà e il giorno dell'Anno
che sfolla le caserme e ti riporta
gli amici spersi, e questo Carnevale
pur esso tornerà che ora ci sfugge
tra i muri che si fendono già. Chiedi
tu di fermare il tempo sul paese
che attorno si dilata? Le grandi ali
screziate ti sfiorano, le logge
sospingono all'aperto esili bambole
bionde, vive, le pale dei mulini
rotano fisse sulle pozze garrule.
Chiedi di trattenere le campane
d'argento sopra il borgo e il suono rauco
delle colombe? Chiedi tu i mattini
trepidi delle tue prode lontane?
Come tutto si fa strano e difficile,
come tutto è impossibile, tu dici.
La tua vita è quaggiù dove rimbombano
le ruote dei carriaggi senza posa
e nulla torna se non forse in questi
disguidi del possibile. Ritorna
là fra i morti balocchi ove è negato
pur morire; e col tempo che ti batte
al polso e all'esistenza ti ridona,
tra le mura pesanti che non s'aprono
al gorgo degli umani affaticato,
torna alla via dove con te intristisco,
quella che additò un piombo raggelato
alle mie, alle tue sere:
torna alle primavere che non fioriscono.
(Le occasioni/1928)

giovedì 3 marzo 2011

Il vestito di Arlecchino di Gianni Rodari

Leyendecker Per fare un vestito ad Arlecchino
ci mise una toppa Meneghino,
ne mise un'altra Pulcinella,
una Gianduia, una Brighella.
Pantalone, vecchio pidocchio,
ci mise uno strappo sul ginocchio,
e Stenterello, largo di mano
qualche macchia di vino toscano.
Colombina che lo cucì
fece un vestito stretto così.
Arlecchino lo mise lo stesso
ma ci stava un tantino perplesso.
Disse allora Balanzone,
bolognese dottorone:
"Ti assicuro e te lo giuro
che ti andra' bene il mese venturo
se osserverai la mia ricetta:
un giorno digiuno e l'altro bolletta!".

mercoledì 2 marzo 2011

Fantasia di carnevale II/III/IV/V/VI/VII/VIII/IX/X di Clemente Rebora

Guillaume Seignac II
Tanto ubertosa la civile gloria,
tanto ignorato il sottostante danno!
Ma giovinetto è l'anno:
sarà vecchia la baldoria?
III
Noi serbiamo la pace
candida e intatta
contro la ruggine
in còfani d'ovatta:
ancora brillerà la sua speranza
al dimentico amor di chi verrà
IV
La sciagura ritmava in lontananza;
or s'avvicina. Il patrio terreno
in bìlico, già crolla:
è un invito di danza...
Signori, alla coda!
V
Or sù, giovanotti,
la morte è in amore.
Ha baci d'un vigore
da incidervi l'ossa.
Chi ne voglia un'Idea,
si raccomandi a Dio
che la rivela.
VI
In tempo di clessidra
miope volo d'api
sono quest'ombre di noi
e doman forse nùgolo d'eroi!
VII
Poesia, arpeggiante
zanzara che succhi dal sangue
ora ciascuno t'intende
e si difende.
VIII
'Era avventizia
che strozzi il costume
vendendolo implume
al ghiotto destin
senza principio nè fin!
'Era propizia.
IX
Oltre la patria e la terra
c'è da salvare qualcosa,
anche solo una rosa
da tanta guerra sbocciata.
X
Morir vendicati
d'esser nati così!

martedì 1 marzo 2011

Canzona de' cialdoni di Lorenzo De Medici

Ariadne/Lovis Corinth/1913
Giovani siam, maestri molto buoni,
donne, come udirete, a far cialdoni.
In questo carnascial siamo svïati
dalla bottega, anzi fummo cacciati:
non eron prima fatti che mangiati
da noi, che ghiotti siam, tutt'i cialdoni.
Cerchiamo avviamento, donne, tale,
che ci passiamo in questo carnasciale;
ma sanza donne inver si può far male:
e insegnerenvi come si fan buoni.
Metti nel vaso acqua, e farina drento
quanto ve n'entra, e mena a compimento:
quand'hai menato, e' vien come un unguento,
un'acqua quasi par di maccheroni.
Chi non vuole al menar presto esser stanco,
meni col dritto e non col braccio manco;
poi vi si getta quel ch'è dolce e bianco
zucchero; e fa' il menar non abbandoni.
Conviene, in quel menar, cura ben aggia,
per menar forte, che di fuor non caggia,
fatto l'intriso, poi col dito assaggia:
se ti par buon, le forme a fuoco poni.
Scaldale bene, e, se sia forma nuova,
il fare adagio ed ugner molto giova;
e mettivene poco prima, e pruova
come rïesce, e se li getta buoni.
Ma, se la forma sia usata e vecchia,
quanto tu vuoi, per metterne, apparecchia,
perché ne può ricevere una secchia;
e da Bologna i romaiuol' son buoni.
Quando l'intriso nelle forme metti
e senti frigger, tieni i ferri stretti,
mena le forme, e scuoti acciò s'assetti,
volgi sozzopra, e fien ben cotti e buoni.
Il troppo intriso fuori spesso avanza,
esce pe' fessi, ma questo è usanza:
quando ti par che sia fatto abbastanza,
apri le forme e cavane i cialdoni.
Nello star troppo scema, non già cresce:
se son ben unte, da sé quasi n'esce,
e 'l ripiegarlo allor facile rïesce
caldo, e in un panno bianco lo riponi.
Piglia le grattapugie od un pannuccio
ruvido, e netta bene ogni cantuccio;
la forma è quasi una bocca di luccio;
tien ne' fessi lo intriso che vi poni.
Esser vuole il cialdone un terzo o piùe
grosso, a ragione aver le parti sue:
ed a farli esser vogliono almen due,
l'un tenga, l'altro metta; e' fansi buoni.
Se son ben cotti, coloriti e rossi,
son belli, e quanto un vuol mangiarne puossi;
perché, se paion ben vegnenti e grossi,
strignendo e' son pur piccioli bocconi.
Donne, terrete voi e noi mettiamo;
se noi mettessin troppo forte o piano,
pigliate voi il romaiuolo in mano:
mettete voi, purché facciam de' buoni.