Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese,
quando partisti, come son rimasta,
come l'aratro in mezzo alla maggese.
Visualizzazione post con etichetta Rebora. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rebora. Mostra tutti i post

lunedì 4 novembre 2013

Voce di vedetta morta di Clemente Rebora

Jules Joseph Lefebvre 
C'è un corpo in poltiglia
con crespe di faccia, affiorante
sul lezzo dell'aria sbranata.
Frode la terra.
Forsennato non piango:
Affar di chi può e del fango.
Però se ritorni
tu uomo, di guerra
a chi ignora non dire;
non dire la cosa, ove l'uomo
e la vita s'intendono ancora.
Ma afferra la donna
una notte dopo un gorgo di baci,
se tornare potrai;
soffiale che nulla nel mondo
redimerà cio ch'è perso
di noi, i putrefatti di qui; stringile il cuore a strozzarla:
e se t'ama, lo capirai nella vita
più tardi, o giammai.
************
Il 4 novembre del 1918 fu firmato
l'Armistizio che mise fine a una inutile e spaventosa guerra
che portò solo lacrime e miseria.
A tutti i ragazzi morti e alle loro famiglie.

martedì 20 dicembre 2011

Il Natale di Clemente Rebora

Dieric Bouts The elder*1445
Gesù, il Fedele, il Verace, è il Giudice
che prese a esprimere visibile
nel giorno del Santo Natale
l'inesprimìbile misericordia del Padre:
prese a raggiar malvisto nel volto sublime
la bellezza divina e materna compiendo:
e nuovo incanto di beltà pervase
con intimo fremito l'universo
fra linee terrene presagio di Cielo
per educarci lassù, al Paradiso;
ma prima ancora la Bontà rifulse,
accese d'esser buono il gran tormento,
accese d'esser buono un vasto incendio
che a somiglianza divina
cresce e arde per ogni cuore
in carità di Dio trasfigurato:
cura d'una vita monda,
sete d'innocenza,
anelito di vergine scienza,
e devota attenzione presso il Bimbo,
attenzione devota al Fanciullo
fatto emblema d'ogni cosa pura,
sciolto problema d'ogni vita piena;
e infine salvifico effetto
sopra l'intero creato
a salvare già qui tutto l'uomo,
ciò che è nato nel mondo perituro
e portarlo sicuro al giudizio;
Gesù il Fedele,
il solo punto fermo nel moto dei tempi, 
in sterminata serie di eventi:
il solo Santo che non manca mai,
che trascende dove ci comprende
e si fa dono in cima ai nostri guai
e pareggia la grazia col perdono:
vero Dio trasumanante
e a Deità aperto vero Uomo:
Egli, il Fedele per sempre,
Maestro vivente di Fede,
egli che viene a Natale in peccato
per meritarci in maestà di gloria,
continuo avvento al termine segnato:
se non'invano passiamo il breve tempo
come luce del Figlio Incarnato,
come frutti di dolce consiglio,
impegno amoroso di vita,
di vita dei singolo unanime nel segno,
vita raggiunta infinita,
in beata circolazione
dove l'impeto la porta
che ineffabilmente ovunque va non ritorna,
mai in desìo del Padre universalmente procede,
nel fulgore del fuoco
tutti insieme gloriando
quali figli di Dio,
alleluiando al Padre,
al Figlio e allo Spirito Santo
che universalmente procede,
tutti insieme in gioco giocondo festando
quali in gaudio rapiti figli di Dio
nell'impeto che procede
su per la multanime fiamma
di fratelli nella Mamma Celeste,
i Fratelli di Gesù il Fedele.
(Natale 1956)

giovedì 18 agosto 2011

Serenata di grilli di Clemente Rebora

Alexander John White*Memories*1903
O dei grilli in cadenza solitaria
ai poggi senza stelle
dentro il bagnato alitare dell'aria
tenui serenatelle!
Cos'è la vita con le sue rabbie a voi
persi nei solchi fuori
all'ombra inerte, o di silenzi a noi
dolcissimi cantori?
Anima intona la tua voce e nulla
non domandare più:
càntati la canzone della culla
mentre declini giù.

domenica 6 marzo 2011

Fantasia di carnevale XI di Clemente Rebora

Lovis Corinth/1908 Noi siam dell'inquieta brigata
e scontentezza ci guida:
spietata alla gente è la sfida,
ma dentro si accascia gemente.
Ci spàsima intorno il vestito
dell'universo stordito:
annaspa e non trova gli occhielli
da chiudere i mondi,
per sempre,
sull'eterna minaccia
che la ràffica a tutti
svela ora più aperta più diaccia.
Squassa e non fugge,
il dolor ce l'inchioda:
rugge se l'oda il pensiero
che balugina nero,
ma divìncola muto
in lancinanti vipere!
Cieco prodigio,
grandezza tradita,
asfissia del certo alveare
fra miele e vischio mordace,
perchè si redima nel rischio
il tétano dell'uomo
la nausea del mondo
in sprazzi di respiro
avvèntaci alla prova,
martirio che irrora,
olocausto vivo!
Se no, nel guizzo felice
d'un giorno ben triste,
ai passanti innocenti
scaglieremo le bombe
colmeremo le tombe
che la carie dell'ore ci aprì.
Del resto, il destino
ha stomaco sano,
per smaltire anche noi...
A cena intanto. Olà,
del festino: carne al sangue,
rosso vino forte,
evviva l'appetito della morte!
(Poesie sparse)

mercoledì 2 marzo 2011

Fantasia di carnevale II/III/IV/V/VI/VII/VIII/IX/X di Clemente Rebora

Guillaume Seignac II
Tanto ubertosa la civile gloria,
tanto ignorato il sottostante danno!
Ma giovinetto è l'anno:
sarà vecchia la baldoria?
III
Noi serbiamo la pace
candida e intatta
contro la ruggine
in còfani d'ovatta:
ancora brillerà la sua speranza
al dimentico amor di chi verrà
IV
La sciagura ritmava in lontananza;
or s'avvicina. Il patrio terreno
in bìlico, già crolla:
è un invito di danza...
Signori, alla coda!
V
Or sù, giovanotti,
la morte è in amore.
Ha baci d'un vigore
da incidervi l'ossa.
Chi ne voglia un'Idea,
si raccomandi a Dio
che la rivela.
VI
In tempo di clessidra
miope volo d'api
sono quest'ombre di noi
e doman forse nùgolo d'eroi!
VII
Poesia, arpeggiante
zanzara che succhi dal sangue
ora ciascuno t'intende
e si difende.
VIII
'Era avventizia
che strozzi il costume
vendendolo implume
al ghiotto destin
senza principio nè fin!
'Era propizia.
IX
Oltre la patria e la terra
c'è da salvare qualcosa,
anche solo una rosa
da tanta guerra sbocciata.
X
Morir vendicati
d'esser nati così!

sabato 26 febbraio 2011

Fantasia di carnevale I di Clemente Rebora

Leyendecker/1933 Noi siam della regola buona
che il ribaldo Cavallo sbalzò.
In groppa alla carlona,
longanimi e contenti,
caracollando i tempi
ci si avvezzava a vivere;
quando improvviso sanguigno schiumando
springa scrolla quel pazzo...
e noi sforna in un mazzo!
Ora ci prude senz'unghia
la scabbia notturna, e l'inverno:
esangui, sbattezzati,
al caldo, per coscienza,
salviamo la virtù:
ma tutto come prima
scegliendo con pazienza
ritroverò la cima,
e qualcosa di più.
Se no, gufati vivremo
a scanso di cadute,
curandoci la fame:
evviva la salute!

mercoledì 24 novembre 2010

Canto di donna di Clemente Rebora

R.H. Ives Gammell Lungo di donna un canto si trasfonde
come azzurro vapore
dai clivi lambiti dal sole d'autunno
che stanco dirada l'ardor delle fronde
e nuvole scioglie cercanti sopore.
Nel vuoto sostare dell'aria ascoltante
la voce mi pàlpita in cuore;
e le bellezze ripenso che sole
vaniscon senza amore:
baleno d'oro non giunto al guizzo,
pianta nel succhio divelta, tizzo
scordato sotto la cappa
a sognare la fiamma,
alito non respirato,
baci non schiusi,
forte corpo senza amplesso.
Dai clivi si versa si esala dispera
l'umido ombrare violetto:
a casa, a spremer la sera!

domenica 18 luglio 2010

Sera estiva di Clemente Rebora

Spencer Sui fianchi òndano avvinti
gli amatori in bisbiglio
nel languor sciolto dell’estiva sera;
dietro mi volgo: lento indi procedo,
e voluttà m’addolora.
Ma donne a veder sole più m’accora,
ché nulla ad esse, tranne amor, par vita;
nel frantumo del giorno,
giuocan l’attesa e rimando:
e nel guardar chi s’accompagna, intorno
dalle occhiaie dispera
intento l’occhio che par dica – quando? –
mentre orgoglio sicure le drizza
e muove a vagheggiarsi alle vetrine.
Il fato di ciascun è dentro al mio,
come nell’occhio lo sguardo:
e argomentando, tacito m’avvio
per la notte che stringe le cortine
sul lacrimar dell’ombre
per forme indefinite
al flaccido baglior ch’estenuato
da fanale a fanale sbadiglia
in una pausa senza fine.
O stanchi di sognar, oggi dormite:
Tutto, domani, ricomincerà.