Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese,
quando partisti, come son rimasta,
come l'aratro in mezzo alla maggese.
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venerdì 9 maggio 2014

L' ederella di Giovanni Pascoli

Alfons Mucha
Prima che pur la primula, che i crochi,
che le viole mammole, fiorisci
tu, qua e là, veronica, coi pochi
petali lisci.

Su le covette, sotto l’olmo e il pioppo,
vai serpeggiando, e sfoggi la tua veste
povera sì, sbiadita sì, ma, troppo,
vedi, celeste.

Per ogni luogo prodighi, per ogni
tempo, te stessa, e chiami a te leggiera
ogni passante per la via, che sogni
la primavera.

Ti guarda e passa. Tu non sei viola!
Di sempre sei! Non hai virtù che piaccia!
La gente passa, e tutti una parola
gettano: Erbaccia!

Tu non odori, o misera, e non frutti;
né buona mai ti si credé, né bella
mai ti si disse, pur tra i piedi a tutti,
sempre, ederella!
***
ODI

domenica 13 aprile 2014

La canzone dell'ulivo di Giovanni Pascoli

John Maler Collier
I
A' piedi del vecchio maniero
che ingombrano l'edera e il rovo;
dove abita un bruno sparviero,
non altro, di vivo;
che strilla e si leva, ed a spire
poi torna, turbato nel covo,
chi sa? dall'andare e venire
d'un vecchio balivo:
a' piedi dell'odio che, alfine,
solo è con le proprie rovine,
piantiamo l'ulivo!

II
l'ulivo che a gli uomini appresti
la bacca ch'è cibo e ch'è luce,
gremita, che alcuna ne resti
pel tordo sassello;
l'ulivo che ombreggi d'un glauco
pallore la rupe già truce,
dov'erri la pecora, e rauco
la chiami l'agnello;
l'ulivo che dia le vermene
pel figlio dell'uomo, che viene
sul mite asinello. 


III
Portate il piccone; rimanga
l'aratro nell'ozio dell'aie.
Respinge il marrello e la vanga
lo sterile clivo.
Il clivo che ripido sale,
biancheggia di sassi e di ghiaie;
lo assordano l'ebbre cicale
col grido solivo.
Qui radichi e cresca! Non vuole,
per crescere, ch'aria, che sole,
che tempo, l'ulivo!

IV
Nei massi le barbe, e nel cielo
le piccole foglie d'argento!
Serbate a più gracile stelo
più soffici zolle!
Tra i massi s'avvinchia, e non cede,
se i massi non cedono, al vento.
Lì, soffre, ma cresce, né chiede
più ciò che non volle.
L'ulivo che soffre ma bea,
che ciò ch'è più duro, ciò crea
che scorre più molle.

V
Per sé, c'è chi semina i biondi
solleciti grani cui copra
la neve del verno e cui mondi
lo zefiro estivo.
Per sé, c'è chi pianta l'alloro
che presto l'ombreggi e che sopra
lui regni, al sussurro canoro
del labile rivo.
Non male. Noi mèsse pei figli,
noi, ombra pei figli de' figli,
piantiamo l'ulivo!

VI
Voi, alberi sùbiti, date
pur ombra a chi pianta ed innesta;
voi, frutto; e le brevi fiammate
col rombo seguace!
Tu, placido e pallido ulivo,
non dare a noi nulla; ma resta!
ma cresci, sicuro e tardivo,
nel tempo che tace!
ma nutri il lumino soletto
che, dopo, ci brilli sul letto
dell'ultima pace!
***********
Canti di Castelvecchio

mercoledì 12 marzo 2014

Io ti dirò che t’amo! di Giovanni Pascoli

Henri De Toulouse Lautrec*Casque d'or*1891
Io ti dirò che t’amo!
Tu mi risponderai:
Dunque, mio bello, amiamo.
E non il ver dirai

Ah! L’amor tuo, lo sai,
Solo nel mondo io bramo.
Ben so che amato mai
Io non sarò… Ridiamo

C’è nel tuo labbro rosso
Tale un gentile invito!
E rifiutar non posso!

Nel bruno occhio pensoso
C’è un fremito infinito!
E disperar non oso

giovedì 13 dicembre 2012

La famiglia del pescatore di Giovanni Pascoli

Ambrogio da Fossano detto il Bergognone*Santa Lucia 
È notte: la capanna è ben meschina,
ma chiusa; e dentro è piena d’ombra, eppure
si sente quasi un tremolìo di luce
tra quel buio crepuscolo, che guizza.
Lenze di pescatori sono appese
alle pareti, e in fondo ove sull’asse
scintilla qualche povera stoviglia,
si vede un letto con lunghe cortine
abbassate. C’è poi, proprio d’accanto,
sopra di vecchie panche un pagliericcio,
dove sonnecchian cinque bimbi. È un nido.
Nido d’anime. Sopra il focolare
veglia qualche favilla, e pel soffitto
un subito baglior spesso ne corre.
Con la fronte sul letto, inginocchiata,
prega una donna, e pensa e impallidisce.
È la madre. Ed è sola. Di fuor, bianco
di schiuma, al cielo ai venti ed agli scogli
l’Oceano getta il suo cupo singhiozzo.
***
L’uomo è in mare. Durissima battaglia
sin da fanciullo, ei marinar, combatte
con la fortuna. Ei deve uscire, andare,
piova pur, tuoni pur, chè i suoi piccini
hanno fame. Di sera egli s’imbarca
quando l’acqua sormonta un po’ lo scalo,
e solo è della sua barca al governo.
La donna resta, e vecchie tele cuce,
e rassetta le reti, e appresta gli ami,
pur sorvegliando al focolar la zuppa
di pesce e, appena i bimbi han preso sonno,
pregando Dio. Lui, solo, erra frattanto
sbalzato e urtato dal continuo fiotto:
sol, l’abisso e le tenebre viaggia.
Dura fatica! Tutto è nero; tutto
freddo, gelato, nulla c'è che splenda;
il posto buono per la pesca, il luogo
mobile oscuro ove s’accoglie il pesce,
nei frangenti, tra pazze onde che s’urtano,
nell’infinito dell’oceano, è un punto
grande due volte quella stanza appena.
***
Or la notte, in decembre, tra la bruma
e i marosi, ne va, di maestria
e di pazienza, a calcolare il vento
e la marea, timoneggiar sicuri
per rincontrar quel punto in quel deserto.
Strisciano lungo i fianchi orride l’onde
come verdi serpenti, e il cupo vortice
nelle sue spire smisurate aggirasi,
e spaventati fa cigolar gli argani
e fischiar le carrucole e le gomene.
Egli pensa a Lucia di tra la notte
del freddo mar. Lucia lo chiama e piange.
Ed ecco nella oscurità s’incontrano
i lor pensieri, come uccelli in via.
(Poesie varie*Raccolte da Maria*1913)

martedì 16 ottobre 2012

Il cacciatore di Giovanni Pascoli

Winslow Homer
Frulla un tratto l'idea nell'aria immota;
canta nel cielo. Il cacciator la vede,
l'ode; la segue: il cuor dentro gli nuota.
Se poi col dardo, come fil di sole
lucido e retto, bàttesela al piede,
oh il poeta! gioiva; ora si duole.
Deh! gola d'oro e occhi di berilli,
piccoletta del cielo alto sirena,
ecco, tu più non voli, più non brilli,
più non canti: e non basti alla mia cena.
(Le pene del poeta*Myricae)

mercoledì 10 ottobre 2012

Nel giardino di Giovanni Pascoli

Charles Sprague Pearce
Nel mio giardino, là nel canto oscuro
dove ora il pettirosso tintinnìa,
col gelsomino rampicante al muro,
c'è la gaggìa;
e or che ottobre dentro la vermiglia
foresta il marzo rende morto al suolo,
e sembra marzo, come rassomiglia
bacca a bocciuolo,
alba a tramonto; nelle tenui trine
l'una si stringe, al roseo vespro, quando
l'altro i suoi fiori, candide stelline,
apre, alitando;
ed al sospiro dell'avemaria,
quando nel bosco dalle cime nude
il dì s'esala, il cuore in una pia
ombra si chiude;
e l'anima in quell'ombra di ricordi
apre corolle che imbocciar non vide;
e l'ombra di fior d'angelo e di fior di
spina sorride.
(Alberi e fiori/Myricae)

mercoledì 12 settembre 2012

Ultimo canto di Giovanni Pascoli

Jules Breton
XVI
Solo quel campo, dove io volga lento
l'occhio, biondeggia di pannocchie ancora,
e il solicello vi si trascolora.
Fragile passa fra' cartocci il vento:
uno stormo di passeri s'invola:
nel cielo è un gran pallore di viola.
Canta una sfogliatrice a piena gola:
Amor comincia con canti e con suoni
e poi finisce con lacrime al cuore.
(In campagna*Myricae)

mercoledì 15 agosto 2012

A Maria di Giovanni Pascoli

William McGregor Paxton*Elizabeth Paxton
NEL GIORNO DELL'ASSUNZIONE
Quando eri così buona e piccolina
bastavano due paia d'angioletti
a portarti nel cielo, o Mariuccina,
tra suon di vïolini e d'organetti:
ora ce ne vorrebbe una dozzina,
or che se' così grande e birichina;
or che se' così birba e così grassa
ce ne vorrebbe una dozzina e passa.
Dunque rimani ancora per molt'anni
ritenuta dal peso dei peccati;
non dar tante fatiche e tanti affanni
a quei celesti bambinelli alati:
mangia amaretti libretti confetti,
e più non basteranno gli angioletti;
non basterà tutta la schiera bella,
a portari nel cielo, o ghiotterella!
Sogliano, 1883 (15 agosto 1884).
Poesie sparse

venerdì 10 agosto 2012

L'anello di Giovanni Pascoli

Alexandre Seon*La Pensèe
Nella mano sua benedicente
l'anello brillava lontano.
Egli alzò quella mano, morente:
di caldo s'empì quella mano..
o mio padre, di sangue! L'anello
lo tenne sul cuore mia madre...
o mia madre! Poi l'ebbe il fratello
mio grande... o mio piccolo padre!
Nel suo gracile dito il tesoro
raggiò di benedizïone.
Una macchia avea preso quell'oro,
di ruggine, presso il castone...
o mio padre, di sangue! Una sera,
la macchia volevi lavare,
o fratello? che pianto fu ! t'era
caduto l'anello nel mare.
E nel mare è rimasto; nel fondo
del mare che grave sospira:
una stella dal cielo profondo
nel mare profondo lo mira.
Quella macchia! S'adopra a lavarla
il mare infinito; ma in vano.
E la stella che vede, ne parla
al cielo infinito; ah! in vano.
(Elegie*Myricae)

lunedì 30 luglio 2012

Mare di Giovanni Pascoli

Martin Rico Y Ortega
M'affaccio alla finestra, e vedo il mare:
vanno le stelle, tremolano l'onde.
Vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.
Ecco sospira l'acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d'argento.
Ponte gettato sui laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni?
(Myricae-Dolcezze)

giovedì 19 luglio 2012

Alla bambina Elisa Rossi di Giovanni Pascoli

Charles Courtney Curran
In un albo♣
T'ho veduta al dòndolo, Elisa,
andare, andare su, di volo;
in un lieve impeto di risa
volare, e poi scendere al suolo;
volare, e poi scendere giù:
sì, ma per riprendere il volo,
ma per risalire più su!
E' questa la sorte di noi,
di noi poveri uomini! Noi
ci leviamo come fai tu...
ma per scendere anche più giù.
Bologna, luglio 1908.

domenica 24 giugno 2012

San Giovanni di Giovanni Pascoli

Gustave Breton*Festa di San Giovanni*1875
Col manipello delle spighe in capo
torna la schiava. Tra i capelli neri
ha paglie e reste e foglie di rosette
che paion ali rosse di farfalle.
"Va', Flor d'uliva, va' con le mie figlie,
monta sul pero, monta sul ciriegio.
Domani viene San Zuanne e vuole
le prime pere e l'ultime ciriegie.
Le porterete in piazza di Bologna
coperte con le pampane di vite".
Va', Flor d'uliva, va' con le mie nuore,
cava nell'orto l'aglio e le cipolle.
Per San Zuanne chi non compra l'aglio,
per tutto l'anno non arà guadagno.
Prendi la maggiorana e petroselli,
la camomilla e spighe di lavanda".
"Va', Flor d'uliva, va' con la cognata
per medesine e benedizioni:
foglie di nose e flori di pilatro,
vesiche d'olmo e fiori di sambuco.
Nell'acquastrino prendi le ramelle
del salcio d'acqua detto l'agnocasto".
Va Flor d'uliva, torna va ritorna,
ma lieta in cuore, che vedrà domani,
vedrà Bologna e le sue grandi torri;
e canta... E per le spalle a mo' de l'onde
scorrèn le longhe ciocche blonde...
Domani è il Santo delle innamorate.
Siedono su le panche le pulzelle.
Son li amadori a' loro piè col mento
sopra le mani, e i gomiti sull'aia.
Gli occhi guardano, palpitano i cuori:
palpitano le lucciole nel buio.
Parlano e dànno in lievi risa acute;
fanno le rane prova di cantare.
Ma Flor d'uliva siede in terra e intreccia
le lunghe reste; ch'ella non ha drudo.
Le code intreccia, e mette, ad ogni volta
data alle code, un capo d'aglio nuovo;
ma gode in cuore, ché vedrà le torri,
che in una torre c'è una caiba, e, dentro,
re Falconello, le catene d'oro,
i ceppi d'oro, anche i cavelli d'oro.
I lunghi pioppi scotono le vette:
son li aierini che vi fan la danza.
I barbagianni soffiano dai buchi:
son le versiere che ansimano andando.
La guazza cade: è ora di partire.
Partono i drudi, per non far incontri.
Cade la guazza, che fa bene e male.
Rincasan ora le pulzelle; ancora
la schiava è là, sola con li aierini
che si dondolano... Oi bel lusignolo!
canticchia: torna nel meo broilo!...
Non vanno a giro omai che le versiere;
vanno alle case dove è un lor fantino;
il lor fantino nato da sette anni
in questa notte, ch'era San Giovanni.
Chiamano all'uscio. Stesi sulle siepi
son fascie e teli, a prendere la guazza;
e li aierini passano soffiando
sui bianchi teli, sulle bianche fascie,
tremanti al soffio. Qua e là nell'aie
muoiono i fuochi crepitando appena.
È mezzanotte, l'ora che al sereno
prende virtù l'erba, la foglia, il fiore,
e l'olio chiuso nelle borse d'olmo,
e il ramo puro, il ramo d'agnocasto.
Ora il tesoro ch'è sotterra, sboccia,
fiorisce un tratto, e subito si spegne.
Ora si trova l'erba che riluce,
che fa vedere ciò che fu sepolto.
Ora si vede al lume di tre lumi
chi è lo sposo a cui dormire accanto.
Ora nei trebbi, incerte del cammino,
sostano un poco insieme le versiere.
A li aierini chiedono la strada,
e li aierini ridono. Ma ecco,
di qua di là, lente tra il sonno e piane,
ton, ton, suonano le campane.
(Le canzoni di Re Enzio-II)

lunedì 11 giugno 2012

I gigli di Giovanni Pascoli

Alphonse Mucha*1901
Nel mio villaggio, dietro la Madonna
dell'acqua, presso a molti pii bisbigli,
sorgono sopra l'esile colonna
verde i miei gigli:

miei, ché a deporne i tuberi in quel canto
del suo giardino fu mia madre mesta.
D'altri è il giardino: di mia madre (è tanto!...)
nulla piú resta.

Sono tanti anni!... Ma quei gigli ogni anno
escono ancora a biancheggiar tra folti
cesti d'ortica; ed ora... ora saranno
forse già còlti.

Forse già sono su l'altar, lì presso,
a chieder acqua, or ch'è mietuto il grano,
per il granturco: e nel pregar sommesso
meridïano,

guardando i gigli, alcuna ebbe un fugace
ricordo; e chiede che Maria mi porti
nella mia casa, per morirvi in pace
presso i miei morti.

(Myricae/Alberi e fiori/XII)

martedì 29 maggio 2012

All'Ida di Giovanni Pascoli

Borisov-Mutasov*Self and sister*1898
Donandole viole e miosotidi campestri
Guarda: le une col lor candido viso,
gli altri, con nell'azzurro occhio il sorriso,
dicon: non ti scordare e pensa a me.
Son fanciulli de' campi: umile e schietto
è il lor linguaggio come il loro affetto;
amano e non san dirti essi il perché:
molto varia non è la lor favella,
né dotta: eppur gradiscili, o sorella;
è una favella che mentir non sa.
Son fanciulli de' campi: in lor ti fida,
ché, se vestono male, amabil Ida,
non la menzogna appreso hanno in città.
Massa, maggio dell'85.
(Poesie varie)

mercoledì 23 maggio 2012

A Maggio non gli basta un fiore di Giovanni Pascoli

Leon Bazile Perrault*1882
Ha visto una primula: e' poco.
Vuol nel prato le prataiole.
E' poco: vuol nel bosco il croco.
E' poco: vuole le vïole:
le bocche di leone vuole
e le stelline dell'odore.
Non basta il melo, il pesco, il pero.
Se manca uno, non c'e' nessuno.
E', quando in fior e' il muro nero,
e', quand'e' in fior lo stagno bruno,
e', quando fra le rose il pruno,
e' Maggio, quando tutto e' in fiore.
Non basta un sol pensier d'amore!
Una stella non basta al cielo!
Ma quando una si vede in cima,
tremante come una farfalla,
ma quando si vede la prima
nell'aria cilestina a galla,
la primula tra bianca e gialla,
la primula senza lo stelo;
ecco, a guardarla, due pupille,
poi dieci fisse a guardar quelle,
poi venti, poi cento, poi mille,
poi tutte, poi tutte le stelle!
Una stella: tutte le stelle!
La prima: e si riempie il cielo!
(Appendice)

venerdì 18 maggio 2012

A Emmina Corcos di Giovanni Pascoli

Jules Bastien-Lepage*La Communiante*1877
nel giorno della prima comunione
Emmina, Emmina, oggi vai sposa;
hai bianca veste e bianco velo;
col dolce viso color rosa
e con l'anima color cielo.
Lagrime sì, ma non amare.
Color rosa, non color fiamma.
Tu vai fanciulla oggi all'altare...
ma dopo tu ritorni a mamma.
Pisa, 18 maggio 1905
(Poesie Varie)

martedì 8 maggio 2012

San Michele di Giovanni Pascoli

Marianne StokesÆ1925
E non è il giorno, che si muta casa?
l'otto di maggio? E non è questa l'ora
di mezzodì, quando si lascia il carro,
pieno di sedie e trespoli e strapunti,
avanti l'uscio della nuova casa?
C'è uno a guardia che seduto all'ombra
sul limitare, mangia curvo il pane.
Ed oggi, o bimbo, hai fatto San Michele,
hai messi insieme i piccoli fardelli,
le tue cosette, a una a una, tutte?
il tuo carretto è fermo lì, su l'ora
di mezzodì, con sopra la tua vita.
E c'è tua madre lì d'accanto e piange.
Perché mutare? Non assai ridente
d'amore e luce era la tua dimora?
Non c'era il sole? E dove andrai? C'è freddo
nella Certosa, o creatura, e buio!
E non più giochi e non più madre e nulla!
E tu vi andrai? Là tu vorrai deporre
tutta la cara fanciulletta vita?
Come sei stanco, esanime, sbiancato,
per questa poca già di via ch'hai fatta!
E in questa, anche più poca, che t'avanza,
non ora dunque scontrerai chi senta
pietà di te, chi te del peso alleggi,
chi t'alzi su, chi porti tutto in cielo?
Bologna, maggio del 1908.
(Poesie varie)

giovedì 3 maggio 2012

Mattino di Giovanni Pascoli

Frederick Morgan
Trema al vento la cortina:
bianca e rosea traspare
di lì dietro la bambina
che sta dolce a contemplare.
Testa bionda al petto inchina,
bianche forme a me sì care,
come l'aura mattutina
vi fa molli ondoleggiare!
Una pioggia acre e sottile
fruscia al dubbio aere intanto...
suona l'ora al campanile.
Ed un forte odor selvaggio
si diffonde in ogni canto.
Amor mio, ben venga maggio!
(Poesie varie)

martedì 10 aprile 2012

Il pesco di Giovanni Pascoli

Charles Conder•1888
a Adolfo Cipriani
••••••••••
Penso a Livorno, a un vecchio cimitero
di vecchi morti; ove a dormir con essi
niuno più scende; sempre chiuso; nero
d'alti cipressi.
Tra i loro tronchi che mai niuno vede,
di là dell'erto muro e delle porte
ch'hanno obliato i cardini, si crede
morta la Morte,
anch'essa. Eppure, in un bel dì d'Aprile,
sopra quel nero vidi, roseo, fresco,
vivo, dal muro sporgere un sottile
ramo di pesco.
Figlio d'ignoto nòcciolo, d'allora
sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?
ed ora invidii i mandorli che indora
l'alba negli orti?
od i cipressi, gracile e selvaggio,
dimenticàti, col tuo riso allieti,
tu trovatello in un eremitaggio
d'anacoreti?
(Myricae-Alberi e fiori)
•
-Cento anni di assenza, ma sempre nei nostri cuori...-

sabato 3 marzo 2012

L'usignolo e i suoi rivali di Giovanni Pascoli

Louis Welden Hawkins
Egli coglieva ed ammucchiava al suolo
secche le foglie del suo marzo primo
(era il suo nuovo marzo), il rosignolo,
per farsi il nido. E gorgheggiava in tanto
tutto il gran giorno; e dolce più del timo
e più puro dell'acqua era il suo canto.
Cantava, quando, per le valli intorno,
cu... cu... sentì ripetere, cu... cu...
Ecco: al cuculo egli cedette il giorno,
e di giorno non volle cantar più.
Non più di giorno. Ma la notte! Appena
la luna estiva, di tra l'alabastro
delle rugiade, tremolò serena,
riprese il verso; e d'ora in poi soltanto
cantava a notte; e lucido com'astro
e soave com'ombra era il suo canto.
Cantava, quando, da non so che grotte,
sentì gemere, chiù... piangere, chiù...
All'assiuolo egli lasciò la notte,
anche la notte; e non cantò mai più.
Or né canta né ode: abita presso
il brusìo d'una fonte e d'un cipresso.
(Canti di Castelvecchio)