Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese,
quando partisti, come son rimasta,
come l'aratro in mezzo alla maggese.

giovedì 8 novembre 2007

Corni da caccia di Guillaume Apollinaire

Arthur Hughes*1872
La nostra storia è nobile e tragica
Come la maschera d'un tiranno
Né drammi audaci o ammaliatori
Né indifferenti minuzie sanno
Render patetici i nostri amori.
E Thomas de Quincey succhiando

L'oppio veleno dolce e casto
La povera Anna andava sognando
Passiam passiamo ché tutto passa
Mi volterò all'indietro spesso.
Sono i ricordi corni da caccia

Il cui bruito muore nel vento.

mercoledì 7 novembre 2007

Canto d'autunno di Charles Baudelaire

Bakst/Zinaida Gippius
Dei tuoi lunghi occhi la verde scura luce amo,
dolce beltà, ma tutto oggi mi è amaro, e niente
né il tuo amore, né l'alcova o il focolare
per me vale il sole dardeggiante sul mare.
E intanto amami, tenero cuore! sii tu
madre a quest'uomo perfido e ingrato;
sorella o amante, sii tu la dolcezza effimera
d'un glorioso autunno o d'un sole morente.
Non sarà lunga impresa! Avida, la tomba è lì in attesa!
Ah, posata la fronte sulle tue ginocchia, lascia
che assapori, nel rimpianto della torrida bianca estate,
il giallo e dolce raggio della fine di stagione!

martedì 6 novembre 2007

Tardo autunno a Venezia di R.M.Rilke

La città più non fluttua come un'esca
a captare ogni giorno che s'affacci;
ora al tuo sguardo i vitrei palazzi
dànno un suono più crudo.
E dai giardini penzola
l'estate come marionette in mucchio,
a testa in giù, estenuate, uccise.
Ma dal fondo,
da antichi scheletri di foreste,
una volontà sale,
come se l'Ammiraglio
dovesse in una notte raddoppiare le galere
nell'Arsenale in veglia a incatramare
già la prossima brezza mattutina
con una flotta che a forza di remi
avanza e empiendo il giorno di pavesi
prende il gran vento, raggiante e fatale.
( trad. Giacomo Cacciapaglia)
Venezia è di Aman)

Autunno di Guillaume Apollinaire

Daniel Ridgway Knight
Autunno
Se ne vanno nella nebbia un contadino storto
e il suo bue lentamente nella nebbia d'autunno
che cancella le borgate povere e vergognose
Mentre s'allontana il contadino canticchia
una canzone d'amore e d'infedeltà
che parla di un anello e d'un cuore infranto
Oh l'autunno l'autunno ha ucciso l'estate
Se ne vanno nella nebbia due grigie figure.
(trad. Renzo Paris)

lunedì 5 novembre 2007

Novembre di Giovanni Pascoli

Gèmmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore...
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.
Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E' l'estate,
fredda, dei morti.
(dipinto di A.Bocklin)

In ritardo di Giovanni Pascoli

In ritardo
E l'acqua cade su la morta estate,
e l'acqua scroscia su le morte foglie;
e tutto è chiuso, e intorno le ventate
gettano l'acqua alle inverdite soglie;
e intorno i tuoni brontolano in aria;
se non qualcuno che rotola giù.
Apersi un poco la finestra: udii
rugliare in piena due torrenti e un fiume;
e mi parve d'udir due scoppiettìi
e di vedere un nereggiar di piume.
O rondinella spersa e solitaria,
per questo tempo come sei qui tu?
Oh! non è questo un temporale estivo
col giorno buio e con la rosea sera,
sera che par la sera dell'arrivo,
tenera e fresca come a primavera,
quando, trovati i vecchi nidi al tetto,
li salutava allegra la tribù.
Se n'è partita la tribù, da tanto!
tanto, che forse pensano al ritorno,
tanto, che forse già provano il canto
che canteranno all'alba di quel giorno:
sognano l'alba di San Benedetto
nel lontano Baghirmi e nel Bornù.
E chiudo i vetri. Il freddo mi percuote,
l'acqua mi sferza, mi respinge il vento.
Non più gli scoppiettìi, ma le remote
voci dei fiumi, ma sgrondare io sento
sempre più l'acqua, rotolare il tuono,
il vento alzare ogni minuto più.
E fuori vedo due ombre, due voli,
due volastrucci nella sera mesta,
rimasti qui nel grigio autunno soli,
ch'aliano soli in mezzo alla tempesta:
rimasti addietro il giorno del frastuono,
delle grida d'amore e gioventù.
Son padre e madre. C'è sotto le gronde
un nido, in fila con quei nidi muti,
il lor nido che geme e che nasconde
sei rondinini non ancor pennuti.
Al primo nido già toccò sventura.
Fecero questo accanto a quel che fu.
Oh! tardi! Il nido ch'è due nidi al cuore,
ha fame in mezzo a tante cose morte;
e l'anno è morto, ed anche il giorno muore,
e il tuono muglia, e il vento urla più forte,
e l'acqua fruscia, ed è già notte oscura,
e quello ch'era non sarà mai più.
(dipinto di Friedrich)

Il nido di farlotti di Giovanni Pascoli

Il nido di "farlotti"
Tra gli autunnali giorni ricorre
al mio pensiero sempre quel giorno,
che dal palazzo, dalla gran Torre,
facemmo un tanto mesto ritorno:
ritorno tanto mesto, sebbene
fosse alla bianca nostra casina
che aveva ai piedi tante verbene
e su pei muri tanta cedrina;
dov'era, dietro siepi riquadre
di biancospino, dietro un cancello
verde, ciò ch'era della mia madre,
nostro, ma poco; poco, ma bello.
Io non credeva, fuori che in sogno,
fossero altrove gigli e giaggioli,
e il dolce odore del catalogno
e gli agri pomi de' lazzeruoli:
e ch'altro al mondo fosse che il troppo,
dopo le canne fitte dell'orto
e la mimosa, ch'è morta, e il pioppo,
ch'è morto, e l'alto cedro, ch'è morto.
Oh! sì, com'era mesto il ritorno,
e sì, la sera com'era mesta,
ben ch'in San Mauro fosse,
quel giorno,un'argentina romba di festa!
Ma morto il babbo da più d'un mese,
non c'era posto per i suoi nati
più, nella Torre, sì che al paese
ritornavamo come scacciati.
Noi s'era in otto, nove con essa,
nella carrozza, piccoli, stretti
a lei che stava bianca e dimessa
tra lo scoppiare dei mortaretti;
che si vedeva pallida e magra
tra il rintoccare delle campane.
Noi si tornava per una sagra
senza più padre senza più pane.
E disse un uomo; disse: e l'udiva
ella e ne pianse le lunghe notti
e ne fu trista fin che fu viva,
un anno: "Un nido, ve', di farlotti!
"Verlette, quando v'odo cantare,
nunzie che il caldo viene e la state,
nelle mattine tacite e chiare,
nelle opaline lunghe serate;
Oh! - dico - il nido fatto tra i rovi.
il vostro nido messo tra il rusco,
oh! che il villano non ve lo trovi,
il molle nido pieno di musco!
che rozzo è fuori, radiche e stecchi,
ma dentro è tutto lana e lichene,
dove d'un solo tratto sei becch
is'aprono a un solo grillo che viene!
viene nel becco vostro, che intanto
state sur una vetta vicine
spiando il cibo raro e col canto
cullando il nido ch'è tra le spine!
Oh! voi non, mentre gettate il grido
che salva gli altri, predi l'astore;
né il bruco e il grillo manchi nel nido,
né il calduccino di sotto il cuore!
E quando viene Santa Maria
che rende all'uomo l'arma sua lunga,
oh! la covata vostra già sia
buona a volare; ch'e' non vi giunga!
Siano volastri per mezzo agosto,
né con la mano l'uomo li pigli
dopo un voletto, poco discosto
dal nido... come, madre, i tuoi figli!
E come, o madre, quella parola
ti si confisse tanto nel petto,
che assomigliava la famigliuola
tua nuda a quella d'un uccelletto?
O madre! o madre! non era vero?
non eran ali dunque le tue?
non anche prese te lo sparviero
lasciando il nido senza voi due?
prima con otto bocche, poi sette,
sei, cinque... aperte sempre al tuo volo,
aperte invano... sì, di verlette:
nido fra i duri triboli solo.
Tra quei che il falco non ghermì poi,
o l'uomo vile, madre mia santa,
tra quei farlotti piccoli tuoi,
uno non vola dunque? non canta?
non era vero vero? le prime
arie non canta, semplici e tristi?
non vola, in alto, poi dalle cime
scende là dove tu gli sparisti?
(Ancor non torna è di Alfonso Signoretti)