Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese,
quando partisti, come son rimasta,
come l'aratro in mezzo alla maggese.

giovedì 14 febbraio 2013

Dove sta amore di Lawrence Ferlinghetti

J.C.Leyendecker*16 febbraio 1924
Dove sta amore
Dove giace amore
Dove sta amore
Qui giace amore
La tortora-amore
In lirico deliquio
Ascolta il canto dei monti dell'amore
Il vero canto della volontà dell'amore
Il sommesso canto delle pianure dell'amore
Troppo dolce canto di dolore
Nei vicoli della notte
Dove sta amore
Qui giace amore
La tortora-amore
Dove sta amore
Qui giace amore
********
Dove sta amore
Where lies love
Dove sta amore
Here lies love
The ring dove love
In lyrical delight
Hear love's hillsong
Love's true willsong
Love's low plainsong
To sweet painsong
In passages of night
Dove sta amore
Here lies love
The ring dove love
Dove sta amore
Here lies love
(A Coney Island of the mind)

mercoledì 13 febbraio 2013

Mercoledì delle Ceneri II di Thomas Stearns Eliot

Alphons Mucha*1920
II
Signora, tre leopardi bianchi sedevano sotto un
ginepro
Nella frescura del giorno, nutriti a sazietà
Delle, mie braccia e del mio cuore e del mio fegato e
di quanto
Era stato contenuto nel foro rotondo del mio cranio.
E Dio disse
Vivranno queste ossa? vivranno
Queste ossa? E tutto quanto era stato contenuto
Nelle ossa (che già erano aride) disse stridendo:
Per la bontà di questa Signora
E per la sua grazia, e perché
Ella onora la Vergine in meditazione,
Noi risplendiamo con tanta lucentezza. E io che sono
Qui dismembrato offro all'oblìo le mie gesta, e il mio
amore
Alla posterità del deserto e al frutto della zucca.
E' questo che ristora
Le mie viscere le fibre dei miei occhi e le porzioni
indigeste
Che i leopardi rifiutano. La Signora si è ritirata
In una bianca veste, alla contemplazione, in una bianca
veste.
Che la bianchezza dell'ossa espii fino all'oblìo.
In esse non c'è vita. E come io sono dimenticato e vorrei
essere
Dimenticato, così vorrei dimenticare
Consacrato in tal modo, ben saldo nel proposito. E
Dio disse
Profetizza al vento, al vento solo perché
Il vento solo darà ascolto. E le ossa cantarono
stridendo
Col ritornello della cavalletta, dicendo
Signora dei silenzi
Quieta e affranta
Consunta e più integra
Rosa della memoria
Rosa della dimenticanza
Esausta e feconda
Stanca che dai riposo
La Rosa unica
Ora è il giardino
Dove ogni amore finisce
Finito il tormento
Dell'amore insoddisfatto
Il più grande tormento
Dell'amore soddisfatto
Fine dell'infinito
Viaggio verso il nulla
Conclusione di tutto ciò
Che non può essere concluso
Linguaggio senza parola
E parola di nessun linguaggio
Grazia alla Madre
Per il Giardino
Dove tutto l'amore finisce.
Sotto un ginepro le ossa cantarono, disperse e rilucenti
Noi siamo liete d'essere disperse, poco bene facemmo
l'una all'altra,
Nella frescura del giorno sotto un albero, con la
benedizione della sabbia,
Dimenticando noi stesse e l'un l'altra, unite
Nella serenità del deserto. Questa è la terra che voi
Spartirete. E né divisione né unione
Hanno importanza. Questa è la terra. Ecco, abbiamo
la nostra eredità.
*******************
Lady, three white leopards sat under a juniper-tree
In the cool of the day, having fed to satiety
On my legs my heart my liver and that which had
been contained
In the hollow round of my skull. And God said
Shall these bones live? shall these
Bones live? And that which had been contained
In the bones (which were already dry) said chirping:
Because of the goodness of this Lady
And because of her loveliness, and because
She honours the Virgin in meditation,
We shine with brightness. And I who am here
dissembled
Proffer my deeds to oblivion, and my love
To the posterity of the desert and the fruit of the gourd.
It is this which recovers
My guts the strings of my eyes and the indigestible
portions
Which the leopards reject. The Lady is withdrawn
In a white gown, to contemplation, in a white gown.
Let the whiteness of bones atone to forgetfulness.
There is no life in them. As I am forgotten
And would be forgotten, so I would forget
Thus devoted, concentrated in purpose. And God said
Prophesy to the wind, to the wind only for only
The wind will listen. And the bones sang chirping
With the burden of the grasshopper, saying
Lady of silences
Calm and distressed
Torn and most whole
Rose of memory
Rose of forgetfulness
Exhausted and life-giving
Worried reposeful
The single Rose
Is now the Garden
Where all loves end
Terminate torment
Of love unsatisfied
The greater torment
Of love satisfied
End of the endless
Journey to no end
Conclusion of all that
Is inconclusible
Speech without word and
Word of no speech
Grace to the Mother
For the Garden
Where all love ends.
Under a juniper-tree the bones sang, scattered and
shining
We are glad to be scattered, we did little good to each
other,
Under a tree in the cool of the day, with the blessing
of sand,
Forgetting themselves and each other, united
In the quiet of the desert. This is the land which ye
Shall divide by lot. And neither division nor unity
Matters. This is the land. We have our inheritance.

martedì 12 febbraio 2013

Un ballo in maschera di Attilio Bertolucci

Elena Schlegel*2011
                 a Giorgio Cusatelli che guardava dalla
                             finestra distraendosi dallo “Stiffelio”

Chi con cembali e timpani chi con risa e gridi
con parrucche scivolanti in avanti sugli occhi allegri
così anima il lungofiume stipato di neve poi
che l’ultima sera di carnevale ruotando s’accosta
alle dodici e arde sui quadranti rivolti
al cittadino un invito ruffiano o un ammonimento?
Ma non sono clown questi che hanno graziosamente
trasformato in teatro la pensilina delle foresi
dormienti ora e ancora altre ore prima
dell’amaro mercoledì che è domani in rimesse
e parcheggi provinciali dislocati a monte
e valle ben lontano da qui dove un torneo lento
di macchine sfila procede e si perde
per ricomparire luci versando a fiotti
sulle instancabili provocatrici e loro
stivali maculati di bianco corpetti
in cui l’oro rilega pelo d’agnello
madido di un inverno ormai al suo termine
irreparabile...
I travestiti di Parma erano un tempo commessi
scolari sarti garzoni di barberìa
in doppio apprendistato sotto maestri esperti
nelle due arti e anche non sempre in bel canto
col gusto di tradire il genio del luogo se è
Cremonini a chiamare con tanta dolcezza
l’animale gentile e canoro strumento
ambiguo di voluttà alla mente convulsa...
Vengono e vengono da città vicine
alla petite capitale d’autrefois che suoi cittadini
empi e rozzi non vogliono ducale per inserirla
nel dialogo nell’abbraccio mortale America Russia
sotto il segno intrecciato della pop art e della
democrazia progressiva.
Ma s’accostino prudenti che potrebbero sembrare
clienti timidi o voyeurs moralisti e venire
irrisi o colpiti da palle di neve infallibili
e riconoscano in queste feste di Parma
in questi costumi fantasiosi e impudenti
la linea serpentina locale ripresa
con inaudito sprezzo del pericolo
da figli del popolo e dei borghi malsani
fioriti di sorelle dalle dolci gambe cui
rubare atteggiamenti e fondi tinta
per la necessità di essere innanzitutto colpevoli.
Ha ripreso a nevicare i forestieri se ne vanno
felpati i rimasti non demordono
inventano mimiche accordate
all’infinita discesa di farfalle dal cielo.

lunedì 11 febbraio 2013

Monologhetto (parte I) di Giuseppe Ungaretti

Gene Pressler*Carmencita
Sotto le scorze, e come per un vuoto,
Di già gli umori si risentono,
Si snodano, delirando di gemme:
Conturbato, l'inverno nel suo sonno,
Motivo dando d'essere
Corto al Febbraio, e lunatico,
Più non è, nel segreto, squallido;
Come di sopra a un biblico disastro,
Nelle apparenze, il velario si leva
Lungo un lido, che da quell'attimo
Si scruta per ripopolarsi:
Di tanto in tanto riemergenti brusche
Si susseguono torri;
Erra, di nuovo in cerca d'Ararat,
Con solitudini salpata l'arca;
Ai colombai risale l'imbianchino.
Sopra i ceppi del roveto dimoia
Per la Maremma
E
Qua e là spargersi s'ode,
Di volatili in cova,
Bisbigli, pigolii;
Da Foggia la vettura
A Lucera correndo
Con i suoi fari inquieta
I redi negli stabbi;
Dentro i monti còrsi, a Vivario,
Uomini intorno al caldo a veglia
Chiusi sotto il lume a petrolio nella stanza,
Con i bianchi barboni sparsi
Sulle mani poggiate sui bastoni,
Morsicando lenti la pipa
Ors'Antone che canta ascoltano,
Accompagnato dal sussurro della rivergola
Vibrante di tra i denti
Del ragazzo Ghiuvanni:
Tantu lieta è la sua sorte
Quantu torbida è la mia.
Di fuori infittisce uno scalpiccìo
Frammischiato a urla e gorgoglio
Di suini che portano a scannare, scannano,
Principiando domani Carnevale,
E con immoto vento ancora nevica.
Lasciate dietro tre pievi minuscole
Sul pendio scaglionate
Con i tetti rossi di tegole
Le case più recenti
E,
Coperte di lavagna,
Le più vecchie quasi invisibili
Nella confusione dell'alba,
L'aromatica selva
Di Vizzavona si attraversa
Senza mai scorgerne dai finestrini
I larici se non ai tronchi,
E per brandelli,
E
Da Levante si passa poi dei monti,
E l'autista anche a voce il serpeggìo:
Sulìa, umbrìa, umbrìa,
Segue, se lo ripete
E o a Levante o a Ponente, sempre sui monti,
Torna il nodo a alternarsi e, peggio,
La clausura distesa:
Non ne dovrà la noia mai finire?
E,
A più di mille metri
D'Altezza, la macchina infila
Una strada ottenuta nel costone,
Stretta, ghiacciata,
Sporta sul baratro.
Il cielo è un cielo di zaffiro
E ha quel colore lucido
Che di questo mese gli spetta,
Colore di Febbraio,
Colore si speranza.
Giù, giù, arriva fino
A Ajaccio, un tale cielo,
Che intirizzisce, ma non perchè freddo,
Perchè è sibillino;
Giù, arriva giù, un tale
Cielo, fino a attorniare un mare buio
Che nelle viscere si soffoca
Il mugghiare continuo,
E incede il Neptunia.
A Pernambuco attracca
E,
Tra le barchette in dondolo,
E titubanti chiattole
Sul lustro elastico dell'acqua,
Nel breve porto impone, nero,
L'ingombro svelto del suo netto taglio.
Ovunque, per la scala della nave,
Per le strade gremite,
Sui predellini del tramvai,
Non c'è più nulla che non balli,
Sia cosa, sia bestia, sia gente,
Giorno e notte, e notte
E giorno essendo Carnevale.
Ma meglio di notte si balla,
Quando, uggiosi alle tenebre,
Dalla girandola dei fuochi, fiori,
Complici della notte,
Moltiplicandone gli equivoci,
Tra cielo e terra grandinano
Screziando la marina livida.
Si soffoca dal caldo:
L'equatore è a due passi.
Non penò poco l'Europeo a assuefarsi
Alle stagioni alla rovescia,
E, più che mai, facendosi
Il suo sangue meticcio:
Non è Febbraio il mese degli innesti?
E ancora più penò,
Il suo sangue, facendosi mulatto
Nel maledetto aggiogamento
D'anime umane a lavoro di schiavi;
Ma, nella terra australe,
Giunse alla fine a mettere a un solleone,
La propria più inattesa maschera.
Non smetterà più di sedurre
Questo Febbraio falso
E,
Fradici di sudore e lezzo,
Stralunati si balli senza posa
Cantando di continuo raucamente,
Con l'ossessiva ingenuità qui d'uso:
Ironia, ironia
Era sò o que dizia.
..........................................

domenica 10 febbraio 2013

Carnevale a Prato di Giorgio Orelli

Mari Jane Ansell
E' questa la Domenica Disfatta,
senza un grido nè un volo dagli strani
squarci del cielo.
                                Ma le lepri
sui prati nevicati sono corse
invisibili, restano dell'orgia
silenziosa i discreti disegni.
I ragazzi nascosti nei vecchi
che hanno teste pesanti e lievi gobbe
entrano taciturni nelle case
dopocena; salutano con gesti
rassegnati.
                     Li seguo di lontano,
mentre affondano dolci nella neve.

sabato 9 febbraio 2013

Er Carnovale smascherato di Giuseppe Gioachino Belli

Thomas Couture*1857
Nonna, a li tempi ch’èrimo frittura
e jje sfilamio la conocchia e ’r fuso,
se schiaffava una mmaschera, e cco st’uso
sce fasceva stà bboni e avé ppavura.
Me capischi? È ll’età cquella che scuso:
cos’ha da fà una povera cratura
cuanno sta sgangherata prelatura
nun pò vvéde le mmaschere sur muso?
Leva cuer po’ de mmaschere, che rresta
der Carnovale? un torzo lisscesbrisscio,
un urinale che nnun abbi vesta.
Ma sti cazzacci cqui ppieni de pisscio
ar Papa j’arivòrteno la testa
come fussi una bboccia ar gioco-lisscio.
Roma, 13 gennaio 1833
(Sonetti romaneschi)
Trad.
Erimo frittura=Eravamo fanciullaglia: come pescetti da friggere.
Sfilamio=Sfilavamo.
Schiaffare:=mettere vivamente (brusquement).
Sce=Ci.
Vvède=Vedere.
Lisscesbrisscio=nudo
J’arivòrteno=Rivoltano.
Gioco-lisscio=Terreno battuto e chiuso da sponde in parallelogrammo, per giuocarvi alle bocce. (Note del Belli)

venerdì 8 febbraio 2013

La maschera di Ludovico Savioli

Pietro Rotari
A che lo sguardo immobile
Nella parete hai fiso,
E sulle braccia appoggiasi
Languente il caro viso?
Godi, se sai, che t’aprono
L’aspetto, e gli anni il campo.
Ahi! le bellezze passano;
La gioventute è un lampo.
Ecco il figliuol di Semele
Torna dall’Inde arene:
I giochi l’accompagnano;
Risplendono le scene.
Festeggia a gara il popolo
Dell’ebbro Dio sull’orme:
Le vesti ora si cangiano,
E i volti in mille forme.
Di queste una sull’Adria
Dall’indolenza nacque:
Di libertà lo studio
Vi si conobbe, e piacque.
Così velate e pallide,
In neri manti avvolte,
Per l’aria bruna appajono
Le afflitte ombre insepolte.
Tu no. Le Grazie tacciano
Sulla celata faccia;
Ma fra le vesti incognite
La tua sembianza piaccia.
O Flora imita, e adornino
Le rose a te la fronte;
O la regina fingasi,
Che nacque al Termodonte.
A stragi usata Amazone
Sul Simoenta venne.
Incauta! a che le valsero
Le grida e la bipenne?
Giacque costretta a mordere
La mal soccorsa terra.
Tu vanne inerme, e supera
In più leggiadra guerra.
Di nuove spoglie accrescere
I tuoi trionfi io veda,
Io nelle tue vittorie
La più gradita preda.
Mille a te Silfi accorrono
In sulle lucid’ali,
Diva progenie, aerea,
Che sfugge occhi mortali.
Ne’ più remoti secoli
Giacque ozíosa e oscura;
Oggi del sesso amabile
Commessa è a lor la cura.
Gelosi custodiscono
I nei, l’acque odorate,
I vari fior, le polveri,
Le gemme, e l’onestate.
Come vegliaro intrepidi
La minacciata inglese?
Ma il fato è sopra: inutile
Pietà sì bella ei rese.
Scendea sul collo eburneo
Parte del crine aurato,
Per mano delle Veneri
Ad arte inanellato.
Questo all’altera vergine
Degli occhi suoi più caro,
Cadde improvvisa vittima
D’insidíoso acciaro.
Ma sorgi omai. S’involano
L’ore, e la notte avanza:
Vuoti i teatri affrettano
La sospirata danza.
Tu pensierosa or dubiti,
Gemi, e non hai parole;
Poi ti dorrà che rapido
Turbi le veglie il Sole.
(Amori*1795)