Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese,
quando partisti, come son rimasta,
come l'aratro in mezzo alla maggese.

mercoledì 13 gennaio 2016

Ancora Arianna di Rosemary Catacalos

Marcus Stone (1840-1921), The Soldier’s Return - 1900
Il filo, tu dici, che ho liberato inutilmente,
svolgendolo, avvolgendolo, per imbarazzarti.
per confonderti.
No, ti prego credimi.
Questo filo non è un gioco.
Ha lo stesso ritmo del mio respiro.
Con esso filo giorno e notte
finchè stordita la ruota m’abbandona.
Fatico e divento quasi cieca
ad ogni garbuglio e nodo.
Sanguinano le dita sul telaio
per tutti questi sforzi. Per costruire
quest’amore offro
un tessuto adatto al mondo
qualcosa da indossare con orgoglio.
***
AGAIN ARIADNE
The thread you say I've loosened idly,
reeling out, reeling in, to tease you,
confuse you.
No, please believe me.
This thread is not a game.
It has the same rhythm as my breathing.
I spin with it day and night
until the wheel leaves me dizzy.
I suffer and nearly go blind
With every knot and tangle.
My fingers bleed all over the loom
from so much trying. To make
this love I give
a fit cloth for the world,
something to wear proudly.
*
da SOTTO IL QUINTO SOLE
Antologia di poeti chicani

martedì 12 gennaio 2016

Fanciullezza lontana di Giovanni Prati

A Basket of Oranges by Edward Robert Hughes, 1878
Fanciul, nel verno dalle usate stalle
tornando a notte alla materna sede,
divoravo la via come chi a spalle
la maga, il morto o l'assassin si vede.

Or vo notturno per qualunque calle,
né il cor mi trema o mi vacilla il piede:
ché ai sogni uditi nella patria valle
la vecchia fantasia più non dà fede.

Ma là m'intesi favellar pur anco
d'un gran mondo di glorie e di dottrina
e per vederlo uscii dalle mie rive.

Or l'ho veduto: e pellegrin già stanco
ne narro l'odissea, ma a testa china,
ché il fanciul d'una volta, ahi! più non vive.
***
Psiche
*
da UN SECOLO DI POESIA

lunedì 11 gennaio 2016

La neve è alla montagna, l'inverno s'avvicina di Paolo Rolli

Pietro Rotari
La neve è alla montagna,
l'inverno s'avvicina;
bellissima Nerina,
che mai sarà di me?

I giorni brevi e rigidi,
le notti aspre e lunghissime,
come potrò mai vivere,
cara, lontan da te?

O la noiosa pioggia,
o l'aer freddo ingrato,
di gire al colle e al prato,
mio ben, t'impedirà:
e il mio desir che pàscesi
sol di tua vista amabile,
dove mirar solevati,
in van mi guiderà.

Quel faggio che tant'aria
co' verdi rami ingombra
e tanto suol con l'ombra,
le frondi perde già:
l'ore soavi e rapide
ch'ei ne coprí dal fervido
altissimo meriggio,
sol ne rammenterà.

La selva, oh ciel! la selva
che sí spesso ne accolse
quando per noi si svolse
bel tempo di piacer,
o dalle nevi carica
vedremo curva gemere,
o d'aquilone l'impeto
appena sostener.

Oh se la mia capanna
in qualche dì festoso
potesse dar riposo
al tuo leggiadro piè!
D'alghe tessuta e vimini
sia pur campestre e rustica;
non vi sarìa delizia
altra maggior per me.

Perché dal freddo acuto
non fossero toccate
tue membra dilicate
tutte spiranti amor,
potrei sul caldo cenere
aride legna ad ardere
con rami di giunipero
e piante d'altro odor.

M'accorsi ove sta un lepre
nel cespo d'una balza,
all'alito che s'alza
qual nebbia sul mattin:
so come vivo prenderlo
e ch'ami di serbartelo;
sì potess'io far cambio
del mio col suo destin.

Un candido capretto
che sugge latte ancora,
farò svenar allora
e cuocer tutto intier:
entro a schidon di frassino
sovra la brace a volgerlo
ci penserà Massilïo,
di capre condottier.

Angusta botte ho piena
di vino generoso,
amabile, odoroso,
e vo' forarla allor;
e di radice d'acero
ho due ben fatte ciotole,
che a nuova sete invitano
labbra già sazie ancor.

Ninfa o pastore ad esse
non appressò la bocca:
s'una la tua ne tocca,
la prima ella sarà:
dell'altra il dono accettane:
quell'una io vo' serbarmela,
né ad altri che a me proprio
i labbri bagnerà.

Soave condimento
daran la tua bellezza,
la grazie e la dolcezza,
a quanto io possa dar:
e i Numi allor, che gustano
in ciel l'ambrosia e il nettare,
il desco e il mio tugurio
potranno invidiar.
*
da LE RIME DEGLI ARCADI

domenica 10 gennaio 2016

Cantando ferma il sol la bella maga di Ludovico Ariosto

Edgard Maxence 
....Che di ricchezza, di beltà, d’onore
sopra ogni altra città d’Etruria sali,
che fa questo, Fiorenza, al mio dolore?

Li tuoi Medici, ancor che siano tali,
che t’abbian salda ogni tua antica piaga,
non han però rimedio alli miei mali.

Oltr' a que' monti, a ripa l’onda vaga
del re de’ fiumi, in bianca e pura stola,
cantando ferma il sol la bella maga

che con sua vista può sanarmi sola.
*
ELEGIA XIV
da Antologia della Letteratura italiana

sabato 9 gennaio 2016

Sesta poesia di Giovanni Papini

Jean Dupas Les Perruches 1925
Inno d'inverno sciolto come neve guazzosa 
sul lavorato, stimolo d'alte salite  
per questa carne poggiata e dogliosa 
in tante nevrastenie non guarite. 

Son sazio delle campagne. Ricominciamo 
a esser noi solamente, lettori 
deboli sulle sedie che amiamo 
più de' ronchi silvestri e de' fiori. 

Soffia luce ogni bottega sul centro 
della strada sporcata di mota e di gente.
I bruni signori stan dentro 
a' rossi bars, alti, senza dir niente. 

Le signore son vestite, tutte, da festa 
e da corsa, per quanto sia lunedì, 
e quasi tutte scotono in cima alla testa 
sei o sette fili di candido asprì. 

La prima, guardata, si volta, 
con occhi d'invito e stupore. 
(Mia povera faccia stravolta 
creduta specchio d'improvviso amore!)
 
Alla fine soltanto le vesti 
mi piacciono — lana e velluto. 
Vorrei toccarle con fini onesti, 
accarezzarle non veduto. 

Le scarpe ferme da' calzolai, 
lustre e pulite in troni di cristallo, 
tremano al passo scosso del tranvai, 
come alla prima nota d'un ballo.

Fresche bluse nel bianco dal fondo,
vuote sottane scendenti da' ganci,
fioriscon di sera il mio mondo
di verdi, d'argenti e di aranci.

Più forti del sole son gli ori
massicci, posati su petti di seta,
con pietre stellari di freddi colori
stillate dal fuoco d'un altro pianeta.
*
da LIRICA DEL NOVECENTO
*
Giovanni nacque il 9 gennaio del 1881

venerdì 8 gennaio 2016

Oscillazioni di Luciano Folgore

Eugène Carrière*Moonlight
Notte - orologio;
bianchissime sfere di lampade
sul quadrante del sonno.

Molle sottili di vento
e rotelline di soffi
e bilancere di scatti di fresco.
Gli alberi: pendoli neri,
oscillazione infinita.

Girare del tempo monotono
attorno
alla mia finestra d'insonnia,
e battere
di un' ora di febbre,
che piomba
sopra una lastra d'angoscia.
Mai l' alba. *
da POESIA ITALIANA DEL NOVECENTO

giovedì 7 gennaio 2016

Notte di Georg Heym

Angel (from the Polyptych of the Resurrection), Titian, 1522
Fuori 
le gronde 
sgocciano.
E la bufera 
celata nelle nubi
alle prime luci 
di squallidi mattini
s’infila gemendo 
nei vicoli.

E tu come una pietra
gettata nel deserto
vorresti soltanto 
gridare.

Dormi.
Sei solo 
nella notte.
Nessuno veglia.
Dormi.
*
da POESIE DEL NOVECENTO IN ITALIA E IN EUROPA