Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese,
quando partisti, come son rimasta,
come l'aratro in mezzo alla maggese.

sabato 16 gennaio 2016

Frank Drummer di Edgar Lee Masters

Charles-Hawthorne
Out of a cell into this darkened space -
The end at twenty-five!
My tongue could not speak what stirred within me,
And the village thought me a fool.
Yet at the start there was a clear vision, 5
A high and urgent purpose in my soul
Which drove me on trying to memorize
The Encyclopedia Britannica! 
***
Da una cella a questo luogo oscuro -
la morte a venticinque anni!
La mia lingua non poteva esprimere ciò che mi si agitava dentro,
e il villaggio mi prese per scemo.
Eppure all'inizio c'era una visione chiara,
un proposito alto e pressante, nella mia anima,
che mi spinse a cercar d'imparare a memoria
l'Enciclopedia Britannica!

da ANTOLOGIA DI SPOON RIVER

trad. di Fernanda Pivano

venerdì 15 gennaio 2016

GARE DU MIDI di Wystan Hugh Auden

Władysław Podkowiński (1866-1895) Chopin's Funeral March 1894

Un espresso qualunque dal Sud, folla
verso l’uscita, una faccia che il sindaco
non accoglie con nastri e con fanfare:
qualcosa intorno alla bocca distrae
l’occhio vagante con allarme e pena.
Cade la neve. In pugno una cartella,
esce svelto a infettare una città
il cui disastro forse è già arrivato.
***
A nondescript express in from the South,
Crowds round the ticket barrier, a face
To welcome which the mayor has not contrived
Bugles or braid: something about the mouth
Distracts the stray look with alarm and pity.
Snow is falling. Clutching a little case,
He walks out briskly to infect a city
Whose terrible future may have just arrived.
*
da ANOTHER TIME 1940

giovedì 14 gennaio 2016

Una voce di Amalia Guglieminetti

Adagio (c.1929). Georges Antoine van Zevenberghen
Una voce nell'ombra ha qualche volta 
la morbidezza calda d'una cosa 
tangibile. Non s'ode, non s'ascolta, 

ma sul cuor che l'accoglie quasi posa 
le sue parole ad una ad una, come, 
quando langue, le sue foglie una rosa. 

Se invoca piano, in ansia, un caro nome 
par che vi tremi il mal represso ardore 
d'un bacio non osato fra le chiome. 

E di soverchia intensità essa muore 
soffocata ed il pianto che l'assale 
sembra il principio dolce dell'amore, 

ed è l'inizio acerbo del suo male.
*
da Le Seduzioni-Le Vergini Folli

mercoledì 13 gennaio 2016

Ancora Arianna di Rosemary Catacalos

Marcus Stone (1840-1921), The Soldier’s Return - 1900
Il filo, tu dici, che ho liberato inutilmente,
svolgendolo, avvolgendolo, per imbarazzarti.
per confonderti.
No, ti prego credimi.
Questo filo non è un gioco.
Ha lo stesso ritmo del mio respiro.
Con esso filo giorno e notte
finchè stordita la ruota m’abbandona.
Fatico e divento quasi cieca
ad ogni garbuglio e nodo.
Sanguinano le dita sul telaio
per tutti questi sforzi. Per costruire
quest’amore offro
un tessuto adatto al mondo
qualcosa da indossare con orgoglio.
***
AGAIN ARIADNE
The thread you say I've loosened idly,
reeling out, reeling in, to tease you,
confuse you.
No, please believe me.
This thread is not a game.
It has the same rhythm as my breathing.
I spin with it day and night
until the wheel leaves me dizzy.
I suffer and nearly go blind
With every knot and tangle.
My fingers bleed all over the loom
from so much trying. To make
this love I give
a fit cloth for the world,
something to wear proudly.
*
da SOTTO IL QUINTO SOLE
Antologia di poeti chicani

martedì 12 gennaio 2016

Fanciullezza lontana di Giovanni Prati

A Basket of Oranges by Edward Robert Hughes, 1878
Fanciul, nel verno dalle usate stalle
tornando a notte alla materna sede,
divoravo la via come chi a spalle
la maga, il morto o l'assassin si vede.

Or vo notturno per qualunque calle,
né il cor mi trema o mi vacilla il piede:
ché ai sogni uditi nella patria valle
la vecchia fantasia più non dà fede.

Ma là m'intesi favellar pur anco
d'un gran mondo di glorie e di dottrina
e per vederlo uscii dalle mie rive.

Or l'ho veduto: e pellegrin già stanco
ne narro l'odissea, ma a testa china,
ché il fanciul d'una volta, ahi! più non vive.
***
Psiche
*
da UN SECOLO DI POESIA

lunedì 11 gennaio 2016

La neve è alla montagna, l'inverno s'avvicina di Paolo Rolli

Pietro Rotari
La neve è alla montagna,
l'inverno s'avvicina;
bellissima Nerina,
che mai sarà di me?

I giorni brevi e rigidi,
le notti aspre e lunghissime,
come potrò mai vivere,
cara, lontan da te?

O la noiosa pioggia,
o l'aer freddo ingrato,
di gire al colle e al prato,
mio ben, t'impedirà:
e il mio desir che pàscesi
sol di tua vista amabile,
dove mirar solevati,
in van mi guiderà.

Quel faggio che tant'aria
co' verdi rami ingombra
e tanto suol con l'ombra,
le frondi perde già:
l'ore soavi e rapide
ch'ei ne coprí dal fervido
altissimo meriggio,
sol ne rammenterà.

La selva, oh ciel! la selva
che sí spesso ne accolse
quando per noi si svolse
bel tempo di piacer,
o dalle nevi carica
vedremo curva gemere,
o d'aquilone l'impeto
appena sostener.

Oh se la mia capanna
in qualche dì festoso
potesse dar riposo
al tuo leggiadro piè!
D'alghe tessuta e vimini
sia pur campestre e rustica;
non vi sarìa delizia
altra maggior per me.

Perché dal freddo acuto
non fossero toccate
tue membra dilicate
tutte spiranti amor,
potrei sul caldo cenere
aride legna ad ardere
con rami di giunipero
e piante d'altro odor.

M'accorsi ove sta un lepre
nel cespo d'una balza,
all'alito che s'alza
qual nebbia sul mattin:
so come vivo prenderlo
e ch'ami di serbartelo;
sì potess'io far cambio
del mio col suo destin.

Un candido capretto
che sugge latte ancora,
farò svenar allora
e cuocer tutto intier:
entro a schidon di frassino
sovra la brace a volgerlo
ci penserà Massilïo,
di capre condottier.

Angusta botte ho piena
di vino generoso,
amabile, odoroso,
e vo' forarla allor;
e di radice d'acero
ho due ben fatte ciotole,
che a nuova sete invitano
labbra già sazie ancor.

Ninfa o pastore ad esse
non appressò la bocca:
s'una la tua ne tocca,
la prima ella sarà:
dell'altra il dono accettane:
quell'una io vo' serbarmela,
né ad altri che a me proprio
i labbri bagnerà.

Soave condimento
daran la tua bellezza,
la grazie e la dolcezza,
a quanto io possa dar:
e i Numi allor, che gustano
in ciel l'ambrosia e il nettare,
il desco e il mio tugurio
potranno invidiar.
*
da LE RIME DEGLI ARCADI

domenica 10 gennaio 2016

Cantando ferma il sol la bella maga di Ludovico Ariosto

Edgard Maxence 
....Che di ricchezza, di beltà, d’onore
sopra ogni altra città d’Etruria sali,
che fa questo, Fiorenza, al mio dolore?

Li tuoi Medici, ancor che siano tali,
che t’abbian salda ogni tua antica piaga,
non han però rimedio alli miei mali.

Oltr' a que' monti, a ripa l’onda vaga
del re de’ fiumi, in bianca e pura stola,
cantando ferma il sol la bella maga

che con sua vista può sanarmi sola.
*
ELEGIA XIV
da Antologia della Letteratura italiana