Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese,
quando partisti, come son rimasta,
come l'aratro in mezzo alla maggese.
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giovedì 26 giugno 2014

Descrizione della mia morte di Giovanni Giudici

Felice Casorati*Mannequins*1922
Poiché era ormai una questione di ore
Ed era nuova legge che la morte non desse ingombro,
Era arrivato l’avviso di presentarmi
Al luogo direttamente dove mi avrebbero interrato.
L’avvenimento era importante ma non grave.
Così che fu mia moglie a dirmi lei stessa: prepàrati.

Ero il bambino che si accompagna dal dentista
E che si esorta: sii uomo, non è niente.
Perciò conforme al modello mi apparecchiai virilmente,
Con un vestito decente, lo sguardo atteggiato a sereno,
Appena un po’ deglutendo nel domandare: c’è altro?
Ero io come sono ma un po’ più grigio un po’ più alto.

Andammo a piedi sul posto che non era
Quello che normalmente penso che dovrà essere,
Ma nel paese vicino al mio paese
Su due terrazze di costa guardanti a ponente.
C’era un bel sole non caldo, poca gente,
L’ufficio di una signora che sembrava già aspettarmi.

Ci fece accomodare, sorrise un po’ burocratica,
Disse: prego di là – dove la cassa era pronta,
Deposta a terra su un fianco, di sontuosissimo legno,
E nel suo vano in penombra io misurai la mia altezza.
Pensai per un legno così chi mai l’avrebbe pagato,
Forse in segno di stima la mia Città o lo Stato.

Di quel legno rossiccio era anche l’apparecchio
Da incorporarsi alla cassa che avrebbe dovuto finirmi.
Sarà meno d’un attimo – mi assicurò la signora.
Mia moglie stava attenta come chi fa un acquisto.
Era una specie di garrota o altro patibolo.
Mi avrebbe rotto il collo sul crac della chiusura.

Sapevo che ero obbligato a non avere paura.
E allora dopo il prezzo trovai la scusa dei capelli
Domandando se mi avrebbero rasato
Come uno che vidi operato inutilmente.
La donna scosse la testa: non sarà niente,
Non è un problema, non faccia il bambino.

Forse perché piangevo. Ma a quel punto dissi: basta,
Paghi chi deve, io chiedo scusa del disturbo.
Uscii dal luogo e ridiscesi nella strada,
Che importa anche se era questione solo di ore.
C’era un bel sole, volevo vivere la mia morte.
Morire la mia vita non era naturale.
***
O Beatrice 1972
***
Giovanni Giudici nacque il 26 giugno
del 1924. Oggi fanno 90 anni.

mercoledì 25 maggio 2011

La vita in versi di Giovanni Giudici

Maria Oakey Dewing/Garden in may/1895
Metti in versi la vita, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.
Ma non dimenticare che vedere non è
sapere, né potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te.
Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano
complicità di visceri, saettando occhiate
d’accordi. E gli astanti s’affacciano
al limbo delle intermedie balaustre:
applaudono, compiangono entrambi i sensi
del sublime – l’infame, l’illustre.
Inoltre metti in versi che morire
è possibile più che nascere
e in ogni caso l’essere è più del dire.

domenica 4 novembre 2007

Novembrina di Giovanni Giudici

Missis Taylor è di Gainsborough
Per insonnie nel tempo che si compie
Di vita eterna il tuo settantesimo anno
E non da mio volere che forse tu lo decidi
Dal tuo mai più riemersa quando in me
Trabocchi notturne lacrime:
Tu mia spenta lucerna e vaghezza di cenere
Però non dimenticartene - portami

Dalla scuola il gessetto col quale navi e navi
Disegnavamo alla piccola lavagna più i nostri
Cancellabili nomi - non lasciarmi
Qui adesso senza un dove onde impetrare asilo:
Ahi novembrina ahi rovo di tenerezza

martedì 26 giugno 2007

Per scamparmi di Giovanni Giudici

Maillol
Per scamparmi ti persi in tanto scempio
Ma eri già di là mentre inseguivo
L'orma della tua fuga rotto filo
Nel disperato cuore dell'incendio:
O inabitato ignoto unico asilo
Acqua della mia sete arido fiume
Cieco silenzio che mi tenne vivo
Ombra dell'ombra e nido senza piume

mercoledì 28 marzo 2007

Le ore migliori di Giovanni Giudici

Camarasa
Le tue ore migliori... ma non sono per me: sono le ore del lavoro domestico, che è troppo trascurabile realtà per essere degno di storia.
Progredisce la storia, infatti, ma il tuo lavoro semplicemente ricomincia e finisce.
Le tue ore migliori sono della mattina, quando ti lascio e tento per vie diverse variare l'obbligato itinerario che sempre da un punto parte e ad uno arriva.
Batte il sole al balcone di cucina, prima di cominciare tu guardi in strada.
Io guardo invece nel fondo del mio cortile, mentalmente bisbiglio Dirigere et Sanctificare, la breve preghiera, mia virtuosa abitudine, prima di lavorare: lucida è la mente al quotidiano servizio e la stanchezza impossibile appare.
Intanto passano le tue ore migliori, quando potresti parlarmi e sorridere.
Tali bruciavano gli anni di gioventù nell'aspettare più sereni giorni: e tu riassetti, rigoverni, spolveri, sola (i figli sono a scuola) e aspetti che torni.