Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese,
quando partisti, come son rimasta,
come l'aratro in mezzo alla maggese.
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mercoledì 23 ottobre 2013

Il cuore e la pioggia di Sergio Corazzini

Edward Steichen*1903
O mia piccola dolce casa, vergine rossa
c’hai vergogna e ti celi in un manto di foglie
qua e là strappato, ancora nell’occhio si raccoglie
un pianto triste e il cuore prova una fredda scossa

s’avvenga che ripensi le tue diserte soglie
il tuo muto giardino, la terra non rimossa
da tempo grande, come la terra d’una fossa,
la fossa ch’ogni mia dolce speranza accoglie.

Piccola casa rossa che il molle abbraccio tenta
del fiorito viale con mille incantamenti,
nell’ora triste in cui mi parve uscir di vita,

non io rossa ti vidi, ma come se una lenta
lagrima assai t’avesse corse le guancie ardenti,
mi sembrasti d’immenso dolore impallidita.
St. Moritz
*******************
L'AMARO CALICE*1905

giovedì 13 giugno 2013

Per organo di Barberia di Sergio Corazzini

Carlos Schwabe*Angelo della speranza*1895
I
Elemosina triste
di vecchie arie sperdute
vanità di un'offerta
che nessuno raccoglie!
Primavera di foglie
in una via deserta!
Poveri ritornelli
che passano e ripassano
e sono come uccelli
di un cielo musicale!
Ariette d'ospedale
che ci sembra domandino
un'eco in elemosina!
II
Vedi: nessuno ascolta.
Sfogli la tua tristezza
monotona davanti
alla piccola casa
provinciale che dorme;
singhiozzi quel tuo brindisi
folle di agonizzanti
una seconda volta,
ritorni su' tuoi pianti
ostinati di povero
fanciullo incontentato,
e nessuno ti ascolta.

giovedì 24 gennaio 2013

Sonetto della neve di Sergio Corazzini

Fernand Khnopff
Nulla più triste di quell’orto era,
nulla più tetro di quel cielo morto
che disfaceva per il nudo orto
l’anima sua bianchissima e leggera.
Maternamente coronò la sera
l’offerta pura e il muto cuore assorto
in ricevere il tenero conforto
quasi nova fiorisse primavera.
Ma poi che l’alba insidiò co’ ’l lieve
gesto la notte e, per l’usata via,
sorrisa venne di sua luce chiara,
parve celato come in una bara
l’orto sopito di melanconia
nella tetra dolcezza della neve.
(Le aureole*1905)

martedì 23 ottobre 2012

Desolazione del povero poeta sentimentale di Sergio Corazzini

Melchior Lechter*Orpheus*1896
I
Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?
II
Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.
Oggi io penso a morire.
III
Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;
solamente perché i grandi angioli
su le vetrate delle catedrali
mi fanno tremare d'amore e di angoscia;
solamente perché, io sono, oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.
Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.
IV
Oh, non maravigliarti della mia tristezza!
E non domandarmi;
io non saprei dirti che parole così vane,
Dio mio, così vane,
che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.
Le mie lagrime avrebbero l'aria
di sgranare un rosario di tristezza
davanti alla mia anima sette volte dolente
ma io non sarei un poeta;
sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo
cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.
V
Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.
E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.
VI
Questa notte ho dormito con le mani in croce.
Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo
dimenticato da tutti gli umani,
povera tenera preda del primo venuto;
e desiderai di essere venduto,
di essere battuto
di essere costretto a digiunare
per potermi mettere a piangere tutto tutto solo,
disperatamente triste,
in un angolo oscuro.
VII
Io amo la vita semolice delle cose.
Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
per ogni cosa che se ne andava!
Ma tu non mi comprendi e sorridi.
E pensi che io sia malato.
VIII
Oh, io sono veramente malato!
E muoio, un poco, ogni giorno.
Vedi: come le cose.
Non sono, dunque, un poeta:
io so che per esser detto: poeta, conviene
viver ben altra vita!
Io non so, Dio mio, che morire.
Amen.
"Piccolo libro inutile"

mercoledì 19 settembre 2012

La morte di Tantalo di Sergio Corazzini

Salvador Tuset*1910
Noi sedemmo sull'orlo
della fontana nella vigna d'oro.
Sedemmo lacrimosi in silenzio.
Le palpebre della mia dolce amica
si gonfiavano dietro le lagrime
come due vele
dietro una leggera brezza marina.
Il nostro dolore non era dolore d'amore
né dolore di nostalgia
né dolore carnale.
Noi morivamo tutti i giorni
cercando una causa divina
il mio dolce bene ed io.
Ma quel giorno già vanía
e la causa della nostra morte
non era stata rivenuta.
E calò la sera su la vigna d'oro
e tanto essa era oscura
che alle nostre anime apparve
una nevicata di stelle.
Assaporammo tutta la notte
i meravigliosi grappoli.
Bevemmo l'acqua d'oro,
e l'alba ci trovò seduti
sull'orlo della fontana
nella vigna non piú d'oro.
O dolce mio amore,
confessa al viandante
che non abbiamo saputo morire
negandoci il frutto saporoso
e l'acqua d'oro, come la luna.
E aggiungi che non morremo piú
e che andremo per la vita
errando per sempre.
(1907)

domenica 3 giugno 2012

Sera della domenica di Sergio Corazzini

Jean Louis Forain*1884
per Alberto Tarchiani
Ora che li organi
di Barberia singhiozzano al Crepuscolo
li ultimi balli e le ultime canzoni
anche una volta, quasi una paura
folle di rimanere
soli nell'imminente ombra li tenga;
ora che i poveri
amanti hanno sepolta
nel cuore, senza piangere, la piccola
loro felicità domenicale,
e vanno muti
per il noto viale
al convegno dell'ultima tristezza;
ora che il pianto in maschera
di Sorriso
affetta ancora un'aria disinvolta
prima che scada il facile noleggio
dell'abito di gala;
ora che ne' conventi e ne' collegi
abbassano le lampade,
asciugano le lagrime,
e s'imagina che nel Paradiso
ogni giorno sarà
domenica;
ora che nei postriboli
le femine si lasciano baciare
cantando
il breve elogio funebre
della verginità;
il Poeta, ebro di morte,
viene a patti
con la Disperazione
che gli offre il domani con tutte
le sue piccole ire sorde,
le sue facili rassegnazioni,
mentre gli ride in faccia
perché non seppe ancora
morire di fame!
(Libro per la sera della domenica)

mercoledì 30 marzo 2011

Spleen di Sergio Corazzini

Boris Kustodiev/Renèe Notgaft/1909
Che cosa mi canterai tu
questa sera?
Amica, non voglio pensare
troppo: la prima canzone
che ricordi, antica,
non importa;
una di quelle canzoni
che non si cantano più
da tanto,
che non fanno più schiuder balconi
da un secolo. Vuoi
darmi la nostalgia
di una canzone morta?
Sei triste, mi dai pena
questa sera; non canti, non mi parli...
Che hai? malinconia
di morire? Ti duoli
perché siamo soli?
Ricordi l’ultimo ballo
nel tuo salotto giallo
roso dai tarli?
Sai che è primavera?
Io non me n’era accorto;
non ho rosai,
non ne ho avuto mai
nel mio triste orto.
Perché non suoni? Langue
di desiderio
quel tuo piccolo pianoforte esangue,
nell’ombra; o non così,
amica,
l’anima ci sospira nell’attesa
di chi
sappia farla vibrare?
Oh, che tristezza! Pare,
nel biancore lunare,
malata di etisia,
con tutte le sue porte
chiuse, la nostra via
diserta e quel fanale
solo e torbido pare
che attendendo la morte
ne vegli l’agonia.
(Le Aureole)

martedì 22 febbraio 2011

Dialogo di marionette di Sergio Corazzini

Cezanne/1888
per André Noufflard
— Perché, mia piccola regina,
mi fate morire di freddo?
Il re dorme, potrei, quasi,
cantarvi una canzone,
ché non udrebbe! Oh, fatemi
salire sul balcone!
— Mio grazioso amico,
il balcone è di cartapesta,
non ci sopporterebbe!
Volete farmi morire
senza testa?
— Oh, piccola regina, sciogliete
i lunghi capelli d’oro!
— Poeta! non vedete
che i miei capelli sono
di stoppa?
— Oh, perdonate!
— Perdono.
— Così?
— Così...?
— Non mi dite una parola,
io morirò...
— Come? per questa sola
ragione?
— Siete ironica... addio!
— Vi sembra?
— Oh, non avete rimpianti
per l’ultimo nostro convegno
nella foresta di cartone?
— Io non ricordo, mio
dolce amore... Ve ne andate...
Per sempre? Oh, come
vorrei piangere! Ma che posso farci
se il mio piccolo cuore
è di legno?

giovedì 10 febbraio 2011

Sonata in bianco minore di Sergio Corazzini

Nesterov
Sorelle, venite a vedere!
C’è il sole nell’orto, c’è il sole!
È un povero sole che ha freddo, non senti?
Che piange le sue primavere...
Sole di convalescenti.
Suor Anna sorride così.
Che ci voglia raccontare
una fiaba d’oltre mare!
È venuto a trovare
noi, povere sperdute,
e, forse un malato lo aspetta
invano al limitare
della sua casa per la sua salute.
È più bianco della mia cornetta...
Sorelle, scendiamo nell’orto
prima che se ne vada.
Sorelle, pregatelo a mani
giunte ché torni domani!
Che torni, per poco, che torni,
però, tutti i giorni!
Perché non dovrebbe venire?
Noi stiamo per morire.
Comunichiamocene, sorelle,
prima che vengano le stelle.
Noi non abbiamo che Gesù,
Maria e niente più.
Un po’ d’acqua nella scodella
e un po’ di sole nella cella.
Io mi farò una ghirlandetta
per i miei poveri capelli.
Io, sorella benedetta,
avrò il miglio per gli uccelli.
Oh, Sorelle, e, se non torna,
che faremo?
Se non torna, aspetteremo.
Come è gelido il convento.
È più gelido il mio cuore.
Oh, Sorelle, invece, io sento
tutto il sole nel mio cuore.
Stelle in cielo e vele in mare,
tante vele e tante stelle...
Accendiamo le candele sull’altare.
Ricordiamoci, sorelle,
che siamo mortali.
Regina sine labe originali...Che faremo, se non torna?
Se non torna più, morremo.
(Piccolo libro inutile)

martedì 12 ottobre 2010

Toblack di Sergio Corazzini

Wladyslaw Wankie
I
...E giovinezze erranti per le vie
piene di un grande sole malinconico,
portoni semichiusi, davanzali
deserti, qualche piccola fontana
che piange un pianto eternamente uguale
al passare di ogni funerale,
un cimitero immenso, un’infinita
messe di croci e di corone, un lento
angoscioso rintocco di campana
a morto, sempre, tutti i giorni, tutte
le notti, e in alto, un cielo azzurro, pieno
di speranza e di consolazione,
un cielo aperto, buono come un occhio
di madre che rincuora e benedice.
II
Le speranze perdute, le preghiere
vane, l’audacie folli, i sogni infranti,
le inutili parole de gli amanti
illusi, le impossibili chimere,
e tutte le defunte primavere,
gl’ideali mortali, i grandi pianti
de gli ignoti, le anime sognanti
che hanno sete, ma non sanno bere,
e quanto v’ha Toblack d’irraggiungibile
e di perduto è in questa tua divina
terra, è in questo tuo sole inestinguibile,
è nelle tue terribili campane,
è nelle tue monotone fontane,
Vita che piange, Morte che cammina.
III
Ospedal tetro, buona penitenza
per i fratelli misericordiosi
cui ben fece di sé Morte pensosi
nella quotidiana esperienza,
anche se dal tuo cielo piova, senza
tregua, dietro i vetri lacrimosi
tiene i lividi tuoi tubercolosi
un desiderio di convalescenza.
Sempre, così finché verrà la bara,
quietamente, con il crocefisso
a prenderli nell’ultima corsia.
A uno a uno Morte li prepara,
e tutti vanno verso il tetro abisso,
lungo, Speranza! la tua dolce via!
IV
Anima, quale mano pietosa
accese questa sera i tuoi fanali
malinconici, lungo gli spedali
ove la morte miete senza posa?
Vidi lungo la via della Certosa
passare funerali e funerali;
disperata etisia degli Ideali
anelanti la cima gloriosa!
Ora tutto è quieto: nelle bare
stanno i giovini morti senza sole,
arde in corona la pietà de’ ceri.
Anima, vano è questo lacrimare,
vani i sospiri, vane le parole
su quanto ancora in te viveva ieri.
(L'amaro calice)

sabato 24 luglio 2010

Canzonetta all'amata di Sergio Corazzini

Conviene che tu muoia,
dolcezza, oggi, per me.
Vele di barche in mare!
Non dovevo lasciare
che, pur se triste, il sole
bagnasse il limitare!
Conviene che tu muoia,
dolcezza, oggi, per me.
Forse mi allontanai
troppo, ché, certo, mai
tanto mi piacque andare
solo, con la mia bella
rete nuova e una stella
per guida frà rosai.
Conviene che tu muoia,
dolcezza, oggi, per me.
Erano così chiare
le acque! Dolce pescare
se la rete sia nuova!
Quanti nidi contai
di stelle e quante mai
vele di barche in mare?
Conviene che tu muoia,
dolcezza, oggi, per me.
Quale gioia tentò
la porta, s'inoltrò
cauta e infantilmente
rise nell'obliata
casa e fiorì la grata
di viole? Non so.
Conviene che tu muoia,
dolcezza, oggi, per me.
Felicità mi spiace,
felicità è loquace
come un bimbo; l'ho a noia!
La mia rete ha ceduto,
la mia stella ha perduto
il fedele seguace.
Conviene che tu muoia,
dolcezza, oggi, per me.
Vele di barche in mare.
Chi attendi al limitare?
Regina delle lagrime
e de' dolci martiri,
non anche tu sospiri
chi deve ritornare?
Sì, conviene che muoia,
dolcezza, tu, per me.
(Piccolo libro inutile)

domenica 17 giugno 2007

Giardini di Sergio Corazzini

dipinto di Chadwick
O piccoli giardini addormentati
in un sonno di pace e di dolcezze,
o piccoli custodi rassegnati
di sussurri, di baci e di carezze;
o ritrovi di sogni immacolati,
di desideri puri e di tristezze
infinite, o giardini ove gli alati
cantori sanno di notturne ebbrezze,
o quanto v'amo! I sogni che rinserra
il mio core, fioriscono, o giardini,
lungo i viali, ne le vostre aiuole.
Io v'amo, io v'amo, o fecondati al sole
di primavera in languidi mattini,
o giardini, sorrisi de la terra!

martedì 6 febbraio 2007

Il mio cuore di Sergio Corazzini

Steck*Ophelia
Il mio cuore è una rossa
macchia di sangue dove
io bagno senza possa
la penna, a dolci prove
eternamente mossa.
E la penna si muove
e la carta s'arrossa
sempre a passioni nove.
Giorno verrà: lo so
che questo sangue ardente
a un tratto mancherà,
che la mia penna avrà
uno schianto stridente...
... e allora morirò.