Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese,
quando partisti, come son rimasta,
come l'aratro in mezzo alla maggese.
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giovedì 18 luglio 2013

Talora nell'arsura cittadina di Camillo Sbarbaro

Salvador Dalì*1924
Talora nell'arsura cittadina
un canto di cicala mi sorprende.
E subito ecco m'empie la visione
di campagne prostrate nella luce
e stupisco che ancora al mondo sian
alberi ed acque - le presenze buone
che bastavano un giorno a consolarmi....

Con questo stupor sciocco l'ubriaco
riceve in viso l'aria della notte.

Ma poichè sento l'anima aderire
ad ogni pietra della città sorda
com'albero con tutte le radici,
sorrido a me smarritamente e come
in uno sforzo d'ali i gomiti alzo....

giovedì 25 ottobre 2012

Rimanenze II di Camillo Sbarbaro

Giuseppe Pelizza da Volpedo
Scapitozzano gelsi; batton cerchi
a botti. Si rovescia sui selciati
la legna per l'inverno e suona d'ascia
ogni corte.
La castagna che sfrombola nei boschi
liberala dal riccio, castagnaio!
insaccala; chè già in città fan ressa
alla padella delle caldarroste,
con le mani intascate e i nasi rossi,
i ragazzi all'uscita della scuola.
E pure noi la sera, chiaccherando
tra il vino con gli amici, sgusceremo
bruciate; chè non è più saggia cosa.
Guarda la terra la sua genitura,
affaticata madre che, tra il pianto
tremolandole un riso, il nato guarda
che la fece gridare...
L'anima fascia una raccolta pace;
e la tiene a spiar, di là dai vetri,
lo stambugio, le nere
mani del ciabattino, come fosse
in quel cerchio di luce la pensata
felicità.
Che il borbottar della pignatta esali
un odor di legumi, altro non chiede,
e al suo deschetto lo ritrovi l'alba.
E la sera nel gotto denso vede
avverate le povere speranze
che pure a lui fanciullo
avranno fatto palpitare il cuore.
Autunno, primavera della terra:
serba l'albero il fuoco dei passati
soli,
come l'anima il caldo dei ricordi.
Autunno, tarda nostra primavera:
tempo che sull'amara
bocca dell'uomo
spunta il fiore tremante del soriso.
1922

venerdì 25 novembre 2011

Io che come un sonnambulo cammino di Camillo Sbarbaro

Jozsef Ripp-Rònai*1920
Io che come un sonnambulo cammino
per le mie trite vie quotidiane,
vedendoti dinanzi a me trasalgo.
Tu mi cammini innanzi lenta come
una regina.
Regolo il mio passo
io subito destato dal mio sonno
sul tuo ch'è come una sapiente musica.
E possibilità d'amore e gloria
mi s'affacciano al cuore e me lo gonfiano.
Pei riccioletti folli d'una nuca
per l'ala d'un cappello io posso ancora
alleggerirmi della mia tristezza.
Io sono ancora giovane, inesperto
col cuore pronto a tutte le follie.
Una luce si fa nel dormiveglia.
Tutto è sospeso come in un'attesa.
Non penso più. Sono contento e muto.
Batte il mio cuore al ritmo del tuo passo.

mercoledì 28 settembre 2011

L'ultimo grappolo di Camillo Sbarbaro

Edward Ladell
Capita all’uomo che d’autunno spoglia
la vite, sulla scala che ne fruscia
- vecchio è l’uomo ed autunno gli colora
l’anima dentro di malinconia;
ché con l’anno gli pare la sua vita
anche finisca;
il poco che da essa ebbe gli mette
in strozza come una secchezza e inghiotte –
tra i pampini arrossati di scoprire
un superstite grappolo. Ne colma
la mano, preso d’infantile gioia;
soppesa quasi non credesse agli occhi.
Alla sua sete riserbò l’annata
quel frutto;
glielo maturò l’estate,
glielo dorò il sole dell’autunno,
la pianta vi spremé l’ultimo succo.
Cola zucchero l’acino che sguscia
in bocca per non perdere una goccia;
ogni acino lo riga di delizia
silenziosa...
Guardan gli occhi felici e rassegnati
col grappolo scemare
la sua prima, fors’ultima, dolcezza.

lunedì 27 giugno 2011

Era color del mare e dell'estate di Camillo Sbarbaro


Tamara De Lempicka/1933
Era color del mare e dell’estate
la strada fra le case e i muri d’orto
dove la prima volta ti cercai.
All’incredulo sguardo ti staccasti
un po’ incerta dall’altro marciapiede.
Nemmeno mi guardasti. Mi stringesti,
con la forza di chi s’attacca, il polso.
A fianco procedemmo un tratto zitti.
Una macchina adesso mi portava,
procella appena dominata, verso
il luogo di quel primo appuntamento.
Già la svolta il mio cuore riconosce
e, raffica, la macchina imbocca,
ed ecco tu ti stacchi
un po’ incerta dall’altro marciapiede.
(Non era che un crudele immaginare:
paralitico tenta con quest’ansia
la parte, se già il male guadagni).
Il tempo di pensarti; ma nell’attimo
che dolcissima spina mi trafisse!
Acuta come questa non mi desti
altra gioia, non mi potevi dare.
T’amavo. Amavo. Anche per me nel mondo
c’era qualcuno.
O strada tra le case, benedetta,
dove la prima volta nella vita
pietà d’altri che me mi strinse il cuore.
(Versi a Dina)

sabato 19 marzo 2011

Padre che muori tutti i giorni un poco di Camillo Sbarbaro

Franz Xavier Winterhalter/Napoleon A. L. J. Berthier Padre che muori tutti i giorni un poco,
e ti scema la mente e più non vedi
con allargati occhi che i tuoi figli
e di te non t'accorgi e non rimpiangi -
se penso la fortezza con la quale
hai vissuto; il disprezzo c'hai portato
a tutto ciò che è piccolo e meschino;
sotto la rude scorza
il tuo candido cuore di fanciullo;
il bene c'hai voluto alla tua madre,
alla sorella ingrata, a nostra madre
morta;
tutta la vita tua sacrificata
e poi ti guardo come ora sei,
io mi torco in silenzio le mani.
Contro l'indifferenza della vita
vedo inutile anch'essa la virtù
e provo forte come non ho mai
il senso della nostra solitudine.
Io voglio confessarmi a tutti, padre,
che ridi se mi vedi e tremi quando
d'una qualche premura ti fo segno,
di quanto fui codardo verso te.
Benché il rimorso mi si alleggerisca,
che più giusto sarebbe mi pesasse
sul cuore, inconfessato...
Io giovinetto imberbe ti guardai
con ira, padre, per la tua vecchiezza...
Stizza contro te vecchio mi prendeva...
Padre che ci hai tenuto sui ginocchi
nella stanza che s'oscurava, in faccia
alla finestra, e contavamo i lumi
di cui si punteggiava la collina
facendo a gara a chi vedeva primo -
perdono non ti chiedo con le lacrime
che mi sarebbe troppo dolce piangere
ma con quelle più amare te lo chiedo
che non vogliono uscire dai miei occhi.
Una cosa soltanto mi conforta
di poterti guardare a ciglio asciutto:
il ricordo che piccolo, al pensiero
che come gli altri uomini dovevi
morire pure tu, il nostro padre,
solo e zitto nel mio letto la notte
io di sbigottimento lagrimavo.
Di quello che i miei occhi ora non piangono
quell'infantile pianto mi consola,
padre, perché mi par d'aver lasciato
tutta la fanciullezza in quelle lacrime.

sabato 12 febbraio 2011

Taci anima mia di Camillo Sbarbaro

Lina/Chaim Soutine/1929 Taci anima mia. Son questi i giorni
tetri che per inerzia si dura,
i giorni che nessuna attesa illude.
Come l'albero ignudo a mezzo inverno
che s'attedia nell'ombra della corte,
non m'aspetto di mettere più foglie
e dubito d'averle messe mai.
Nella folla che m'urta andando solo,
mi pare d'esser da me stesso assente.
E m'accalco ad udire dov'è ressa,
sosto dalle vetrine abbarbagliato
e mi volgo al frusciare d'ogni gonna.
Per la voce d'un cantastorie cieco
per l'improvviso lampo d'una nuca
mi sgocciolan dagli occhi sciocche lagrime
mi s'accendon negli occhi cupidigie.
Chè tutta la mia vita è nei miei occhi:
ogni cosa che passa la commuove
come debole vento un'acqua morta.
Non sono che uno specchio rassegnato.
In me stesso non guardo perché nulla
vi troverei...
E, venuta la sera, nel mio letto
mi stendo lungo come in una bara.
(Pianissimo)

lunedì 25 ottobre 2010

Taci, anima stanca di godere di Camillo Sbarbaro

Ambrose McEvoy/Lillah McCarthy Taci, anima stanca di godere
e di soffrire -all’uno,all’altro vai
rassegnata-
Ascolto e non mi giunge una tua voce
Non di rimpianto per la miserabile
giovinezza,non d’ira o di rivolta
e neppure di tedio.
Ammutolita
giaci col corpo in una disperata
indifferenza.
Non ci stupiremmo,
non è vero, mia anima, se adesso
il cuore s'arrestasse,se sospeso
ci fosse il fiato…
Invece camminiamo,
E gli alberi son alberi,le case
sono case, le donne
che passano son donne e tutto è quello
che è-quello che è.
La vicenda di gioia e di dolore
non ci tocca. Perduto ha la voce
la sirena del mondo,e il mondo è un grande
deserto.
Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso.
(Pianissimo/1914)

domenica 12 settembre 2010

Versi a Dina di Camillo Sbarbaro

Herbert Paus/1931 La trama delle lucciole ricordi
Sul mar di Nervi, mia dolcezza prima?
(trasognato paese dove fui
ieri e che già non riconosce il cuore.)
Forse. Ma il gesto che ti incise dentro,
io non ricordo; e stillano in me dolce
parole che non sai d’aver dette.
Estrema delusione degli amanti!
invano mescolarono le vite
s’anche il bene superstite, i ricordi,
son mani che non giungono a toccarsi.
Ognuno resta con la sua perduta
felicità, un po’ stupito e solo,
pel mondo vuoto di significato.
Miele segreto di che s’alimenta;
fin che sino il ricordo ne consuma
e tutto è come se non fosse stato.
Oh come poca cosa quel che fu
da quello che non fu divide!
Meno
che la scia della nave acqua da acqua.
Saranno state
le lucciole di Nervi, le cicale
e la casa sul mare di Loano,
e tutta la mia poca gioia – e tu –
fin che mi strazi questo ricordare.

venerdì 19 marzo 2010

A mio padre di Camillo Sbarbaro

Brodky/con la figlia/1911 Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t'amerei.
Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno
che la prima viola sull' opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l'appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.
E di quell'altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l'attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l'avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo ch' era il tu di prima.
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t'amerei.

domenica 22 aprile 2007

Ora che sei venuta Camillo Sbarbaro

Ora che sei venuta
Ora che sei venuta,

che con passo di danza sei entrata nella mia vita quasi folata in una stanza chiusa
- a festeggiarti, bene tanto atteso,
le parole mi mancano e la voce e tacerti vicino già mi basta.
Il pigolìo così che assorda il bosco al nascere dell'alba,
ammutolisce quando sull'orizzonte balza il sole.
Ma te la mia inquietudine cercava
quando ragazzo nella notte d'estate mi facevo alla finestra come soffocato:
che non sapevo, m'affannava il cuore.
E tutte tue sono le parole che,
come l'acqua all'orlo che trabocca, alla bocca venivano da sole,
l'ore deserte, quando s'avanzavan puerilmente le mie labbra d'uomo da sé,
per desiderio di baciare...
Camillo Sbarbaro - Versi a Dina

La ninfa dell'acqua è di Ryland